carota

La carota non è un ortaggio intelligente

Oggi, amici, vorrei parlare della difficile vita di un genere alimentare reietto. Una cibaria declassata che manifesta a pieno la propria utilità tramite il sacrificio a cui si presta per la preparazione di più appetitosi composti, come ad esempio la pomarola. Sto parlando, gentili lettori, della Carota. Diciamocelo, senza vergogna, senza peli sulla lingua, con la voglia di prendere posizione propria dei giornalisti d’assalto: la Carota è una sfigata. Si fa bella senza particolari meriti, non eccelle in alcuna preparazione culinaria. Si tratta di un caso talmente disperato da definire il proprio cavallo di battaglia la julienne… che non è nemmeno una ricetta. Il pezzo forte della Carota è un tipo di taglio della verdura. Ci può essere di peggio per un ortaggio? Continua a leggere

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Di cosa parliamo quando parliamo di (Scuola) Carver II

Capitolo 2

Prosegue il viaggio letterario tra citazioni carveriane e itinerari librari. Ancora una volta mi pongo nelle retrovie, visto che già nella prima puntata Francesco Mencacci e il fantasma di Raymond Carver se la sono cavati egregiamente anche senza di me. Chi l’avrebbe detto che il vecchio Ray non avesse bisogno di Elisa F.

Vi lascio dunque senza ulteriori indugi alle ultime due citazioni dell’autore, accompagnate da un commento legato alla visione letteraria e artistica della Scuola Carver e dei suoi docenti.

Tre… due… uno… Carver!

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Di cosa parliamo quando parliamo di (Scuola) Carver I

Capitolo 1

Qualche tempo fa ho incontrato Francesco Mencacci, direttore didattico della Scuola Carver, l’unica “palestra” che sono stata in grado di frequentare nella mia vita: quella di buone letture e di buona (nel mio caso più sullo stile “è intelligente ma non si applica” o “è una brava ragazza”) scrittura.

Abbiamo deciso di dare inizio a un ciclo di “chiacchierate” di tematica varia, sempre contraddistinte da un comune denominatore: l’amore per la lettura e per le grandi opere, e il tentativo, più o meno maldestro, di esprimere la propria “voce” scrivendo.

Propongo questo articolo come un’introduzione, una sorta di presentazione. E abituata alla volatilità della mia memoria, incapace di ricordare il nome di qualcuno che non conosco a soli trenta secondi dalla presentazione, mi sembra più altruista nei confronti del lettori alla Dori come me illustrare il caso con parole non mie. Magari in questo modo qualche contenuto di livello un po’ più elevato dell’amore per la focaccia con la porchetta, potrà aderire alla vostra mente (un po’ come quando mi appiccico i post-it in fronte per ricordarmi le cose guardandomi allo specchio) e darvi qualche interessante spunto di riflessione.

Non una descrizione indiretta delle attività della Scuola quindi, ma un’intervista, scandita dalle parole di Carver stesso, su cosa significhi scrivere e leggere per chi ne fa parte.

Pronti?… VIA! Continua a leggere

trekking

La felicità ha il sapore della porchetta

Lo scorso fine settimana mi sono svegliata alle sei di mattina. Mi sono svegliata alle sei di mattina e sono andata a fare trekking. Sono andata a fare trekking e ho conosciuto la felicità.

No, non c’entra nulla la leopardiana commistione romantica con la natura, nessuna siepe che si schiude verso l’infinito… anche perché stiamo pur sempre parlando di paesaggi dei dintorni pisani, non so se mi spiego. E no, non è nemmeno per l’aria pura e incontaminata, perché l’iperventilazione che ho raggiunto in alcuni tratti in salita mi ha fatto capire che l’ossigeno è sopravvalutato. Che dire poi della così graziosa fauna del luogo, che conta tra i suoi esemplari ragni gialli della dimensione di un Ricciarello. Continua a leggere

diario

Se questo è il primo uomo

Giorno 1

Stamattina mi sono svegliato. “Svegliarsi”, non so se sia un termine appropriato. L’ho scelto io, così, mi sembrava giusto per descrivere il mio stato. Un attimo prima ero incosciente, l’attimo dopo vigile. Anche mattina è una parola nuova. Questa l’ho inventata proprio ora, mentre scrivo. Non pensavo di dover distinguere questi due momenti della mia giornata, ma quando mi sono svegliato c’era una luce abbagliante che faceva risaltare questi strani esseri inanimati che mi circondano. Non so cosa siano, e non so spiegare perché siano così diversi tra di loro. Non è solo la forma, è anche un qualcosa di percepibile dai miei occhi, che mi ha colpito al primo sguardo. Sono… dei toni, dei giochi di luce che caratterizzano ogni elemento. È come se la luce accarezzasse ogni superficie, si adagiasse in ogni concavità e rimbalzasse su ogni spigolo, incrociandosi con se stessa, delimitando le forme, le ombre.

Sono stupefacenti e così intensi, tolgono il respiro. Li chiamerò colori.

Ora invece la luce se n’è andata, i colori sono spariti. O meglio, tutto è dello stesso colore. Mi sento molto solo qui immerso nel… buio. Sì, buio può andare. Mi spaventa questa atmosfera ovattata in cui tutto è silenzioso. Mi spaventa essere sveglio ma non vedere niente. Penso che chiuderò gli occhi, per sentirmi più al sicuro.

Giorno 4

Oggi mi sono fermato davanti allo stagno. È il nome che ho dato alla distesa d’acqua che vedo sempre quando cammino tra gli alberi. L’acqua ha qualcosa di diverso rispetto a tutto quello che ho visto finora. È mutevole, può assumere qualsiasi forma. E non ha colore. Continua a leggere

ingranaggio

F con d

Non c’è storia senza conflitto… ce lo insegna la letteratura. Si scrive sempre di qualcosa. Qualcosa che accade, qualcosa che non accade. Qualcosa che ci si aspetta succeda. Si scrive della tensione dell’attesa, dell’amarezza di un ricordo, del sangue incandescente che scorre nelle vene quando si prova un’emozione. Si scrive di se stessi e degli altri. E spesso si scrive di se stessi anche pensando di scrivere degli altri.

Non c’è storia senza conflitto, dunque. Ma voglio rilanciare: non c’è vita senza conflitto. L’opposizione è un motore che spinge in avanti: è l’incontro di due ruote dentate che muovendosi l’una in senso contrario all’altra creano un ingranaggio. Non penso sia un caso che anche la natura ci abbia spontaneamente esposti agli attriti, che anche quando ci stiamo già muovendo ci siano delle forze fisiche che ostacolano l’avanzamento. Altrimenti scivoleremmo. Sgusceremmo senza controllo e senza poter cambiare direzione. Alla deriva. Continua a leggere

Intervista a Fabrizio De Sanctis, autore di “Format”

Dopo aver letto e recensito Format, romanzo di Fabrizio De Sanctis edito da Fratini Editore, ho avuto la possibilità di incontrare l’autore e di porgli qualche domanda. Voglio riproporre qui l’intervista che ha avuto luogo proprio presso la libreria Fratini a Firenze, in un clima disteso, divertente e molto stimolante!

Intervista a Fabrizio de Sanctis

Format è un romanzo dalla trama complessa, che presenta un intreccio molto ben curato. La prima domanda che sorge è quindi: quanto tempo ha impiegato a stenderlo? Lo schema era già prefissato, esisteva un’idea di base?

R: Per scriverlo ho impiegato circa un anno, tra tutto. Quando ho iniziato avevo in mente l’inizio e la fine… poi man mano che si va avanti, vengono le idee. Alcuni scrittori come Jeffrey Deaver si appuntano capitolo per capitolo cosa dovrebbe succedere nel corso del romanzo, io non ci sono mai riuscito.

Invece il fatto di descrivere gli eventi da vari punti di vista, in modo da dare una visione più completa, era una cosa già decisa in partenza?

R: Assolutamente sì. Il fatto di usare il punto di vista del serial killer e quello dei poliziotti lo avevo già stabilito. L’ho esasperato nel mio ultimo romanzo [non ancora edito – NdR] ambientato a Lucca, che ancora non esiste ma c’è (ride)… lì addirittura la narrazione dell’assassino è in prima persona, mentre il racconto di ciò che succede intorno è in terza. Qui ho portato al massimo livello quello che ho fatto in Format: l’identità dell’assassino si scopre a pagina sette (ride).

Sempre per quanto riguarda la forma e la scrittura, quello di Format è uno stile di respiro internazionale, sembra di leggere un thriller di uno dei grandi nomi del momento. A questo proposito, ci sono degli scrittori che prende a riferimento? Ho letto che ad esempio all’interno del romanzo viene citato Larsson, autore della trilogia Millennium.

R: Il mio modo di scrivere è figlio di quello che leggo (ride). Larsson è in realtà una citazione tarda… l’ho aggiunto dopo averlo letto, quindi dopo la prima stesura. Secondo me quello che si legge influenza necessariamente… io non mi perdo nulla di Michael Connelly, fino a poco tempo fa anche di Jeffrey Deaver. Nel thriller mi piace anche Stuart MacBride, bravissimo, e la Serie di Jack Reacher di Lee Child da cui è stato tratto anche il film con Tom Cruise… di questi tre non posso fare a meno.

Quindi tutti di stampo americano e anglosassone. Per quanto riguarda invece gli autori scandinavi, che ultimamente hanno preso molto piede?

R: Sì, Larsson stesso, Camilla Lackberg, Henning Mankell, Lars Kepler, hanno tutti uno stile particolare… un altro molto capace è Jussi Adler-Olsen, autore danese. Ad esempio c’è chi trova grandi somiglianze tra Siciliano [protagonista di Format − NdR] e il commissario Adamsberg di Fred Vargas, scrittrice francese bravissima che ha prodotto otto romanzi (che ho divorato) su questo personaggio. Diciamo che ormai se leggo un romanzo di cui non conosco la provenienza, in una ventina di pagine sono in grado di capirne l’estrazione etnica… sono tutti modi di scrivere completamente diversi. Format viene considerato crudo, ma i francesi sono molto più crudi di me, ad esempio (ride). In generale sì, in Format c’è un po’ di tutto. C’è anche un po’ del modo di scrivere di Stephen King.

Sì, una cosa che ho trovato molto “americaneggiante” sono le conclusioni dei paragrafi con una frase a effetto che lascia un po’ sospesi…

R: Esatto, molto Kinghiana come cosa (ride)… ricorda molto la conclusione di alcuni paragrafi di IT.

Personalmente ne sono una grande fan e ho apprezzato molto! In relazione invece alla trama, la tematica principale è proprio quella della spettacolarizzazione ad ogni costo… tanto che spesso soprattutto per quanto riguarda il personale della televisione, si tende a dimenticare che dietro al reality si cela l’azione di un assassino e si pensa solo a come strutturare la trasmissione. Mi chiedevo quindi come si pone lei di fronte alla realtà di condivisione spietata e a tutti i costi?

R: La risposta è molto semplice: uno dei motivi per cui è nato questo romanzo è il mio odio per i reality! Si tratta veramente di odio sperticato… però sono convinto che se per assurdo venisse fatto un reality del genere, la gente lo guarderebbe sicuramente. Ho messo in luce anche altre tematiche, come la violenza sui bambini, perché Format nasce da una violenza… però sì, il fulcro è la spettacolarizzazione. Pensandoci, noi oggi votiamo su tutto, lasciando perdere le elezioni (ride). Dal migliore in campo, al libro preferito del mese di agosto, come si accende la televisione si può votare. È una tendenza a voler far diventare artificiosamente lo spettatore protagonista, in modo da farlo sentire investito di un potere superiore.

Infatti in questo romanzo il pubblico come sempre succede si sente giudice indiscusso e prende quindi (incoscientemente) parte a questo gioco perverso.

R: Esatto… infatti verso la fine, una delle due giornaliste [ultime vittime rapite da Format − NdR] dice di non votare, per incastrare Format… ma non ci pensa nessuno a farlo! Sono convinto che se succedesse, la gente starebbe attaccata alla televisione. Continua a leggere

“Format” – Fabrizio de Sanctis

Copertina Fromat - Fabrizio de Sanctis

Format – Fabrizio de Sanctis, Fratini Editore, Prima Edizione 2014.

Chi non ha mai accarezzato il pensiero di uccidere? Quante volte anche tu ti sarai trovato a pensare: io quello lo ammazzerei? Lo so cosa stai per dire: sono solo parole, pensieri in libertà. […] Qui interviene l’idea geniale. Tu ed io daremo voce ai milioni di potenziali assassini. Armeremo loro la mano. Li costringeremo a uccidere.

Così l’Assassino del Reality si presenta ad Antonio Grandi, funzionario di KLEM TV, televisione locale fiorentina. Il serial killer, abile trasformista privo di senso di pietà umana, riesce in una sola mossa a piegare alla sua volontà un’intera rete locale, il pubblico dei suoi spettatori e la totalità del corpo di polizia di Firenze. L’idea? Realizzare un reality in cui settimanalmente verranno decise, tramite televoto, le sorti di due persone preventivamente rapite. Il regolamento è semplice e viene spiegato dal serial killer stesso, sedicente Format, termine utilizzato per definire lo schema di una trasmissione televisiva:

1) Io rapirò due persone e te ne fornirò le prove, i nomi e tutti gli elementi per identificarle;

2) Entro due giorni trasmetterai tutto, in prima serata, e lancerai il televoto per decidere chi dovrà essere salvato;

3) La trasmissione dovrà essere a diffusione nazionale ma solo su KLEM TV;

4) Nessuna altra rete potrà trasmettere le immagini;

5) Il televoto durerà tre giorni e, al termine, trasmetterai i risultati;

6) Io libererò chi è stato salvato e ucciderò l’altra persona;

7) Te ne invierò le immagini e anche queste dovranno essere trasmesse entro ventiquattro ore;

8) Se non rispetterai anche una sola delle condizioni ucciderò entrambe le persone;

9) Se non trasmetterete le immagini dell’omicidio rapirò un’altra persona;

10) La ucciderò senza preavviso e te ne manderò le prove, che dovranno essere trasmesse entro ventiquattro ore.

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