La persistenza della memoria - Salvador Dalì

Nel tempo in cui non c’è mai tempo

Mi frulla in testa quest’immagine di mia nonna che annaffia i fiori sotto il porticato. È una giornata qualsiasi di primavera, una di quelle in cui persino l’idea di osservare con curiosità scientifica le attività quotidiane del mio gatto sembra una prospettiva più allettante di chiudermi in casa a studiare.

Ogni gesto viene compiuto con estrema lentezza, una doccia alla piantina, l’eliminazione delle foglie secche, ma no aspetta, me ne sono dimenticata una, torno, ricontrollo, verifico se il risultato mi aggrada. Nell’osservare questa minuziosa operazione di giardinaggio non posso fare a meno di pensare a quante persone ora come ora dedicherebbero mezz’ora del proprio tempo a questa attività. A quante persone perderebbero mezz’ora compiendo un’azione così poco produttiva come annaffiare le piante.

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salto al tramonto

365 giorni e 6 ore

Non so spiegare perché, ma questo periodo dell’anno per me si tinge sempre di malinconia. Sarà che il sole rende più evidente il contrasto tra la rinascita primaverile e la nebbiolina grigiastra che ogni tanto mi pervade. Sarà che per l’avvicinarsi del mio compleanno sento il peso di un altro anno sulle spalle. Sarà che c’è da fare il 730.

Ma per me aprile-maggio significa bilancio. Significa tirare le somme e capire se sono cresciuta almeno un pochino. O, spero, almeno un altro pochino. Il mio momento degli elenchi per eccellenza è durante il tragitto in macchina o sotto la doccia: mete di futuri viaggi, piatti che mi andrebbe di mangiare (e solo raramente di cucinare), libri che vorrei leggere (e no, non sto citando Tiziano Ferro).

E questa volta la domanda che è risuonata nelle mie orecchie, che è rimbombata nella mia testa e mi ha attraversata fino ai piedi è “Posso dire di aver imparato qualcosa nell’ultimo anno?”

Beh, ho imparato che se ti apri al mondo è difficile immaginare dove potresti essere tra 365 giorni e 6 ore. Il cambiamento potrebbe avvenire in modo uniforme e diluirsi lungo il corso dell’anno… oppure concentrarsi tutto in quelle 6 ore.

Ho imparato che l’immagine che abbiamo di noi stessi è molto distante da quello che siamo in realtà. Che quando pensi di avere tutte le risposte in tasca, ti scontri con situazioni più grandi di te e avanzi a tentoni, sperando di fare meno danni possibile. Figuriamoci quando non pensi di avercele, le risposte. Ho imparato che si può mentire a sé stessi sapendo di mentire… e ingannarsi ugualmente. Che si può fare la cosa sbagliata cercando di agire per il meglio.

Ho imparato a convivere col senso di colpa. E che perdonarsi è un dovere verso sé stessi. L’indulgenza verso i propri errori è il balsamo che permette di andare avanti senza distruggere i pochi pezzi che ci tengono ancora insieme.

Ho imparato che a volte bisogna spegnere i pensieri, questo rogo fumante che alimenta la paura, e farsi solo guidare dalle gambe. Ho imparato, e questo forse me lo hanno insegnato, a seguire il flusso degli eventi. Ho imparato a guardarmi anche attraverso gli occhi degli altri e attraverso un paio di occhi verdi. A volermi un po’ più bene, anche i giorni in cui mi sembra difficile.

Ho imparato che leggerezza non vuol dire superficialità, ma saper affrontare le cose senza venirne schiacciata.

Ho imparato ad affrontarle, le cose? Questo non lo so.

Però ho imparato che buttarsi nel vuoto se hai qualcuno che ti tiene la mano, fa meno paura.

carota

La carota non è un ortaggio intelligente

Oggi, amici, vorrei parlare della difficile vita di un genere alimentare reietto. Una cibaria declassata che manifesta a pieno la propria utilità tramite il sacrificio a cui si presta per la preparazione di più appetitosi composti, come ad esempio la pomarola. Sto parlando, gentili lettori, della Carota. Diciamocelo, senza vergogna, senza peli sulla lingua, con la voglia di prendere posizione propria dei giornalisti d’assalto: la Carota è una sfigata. Si fa bella senza particolari meriti, non eccelle in alcuna preparazione culinaria. Si tratta di un caso talmente disperato da definire il proprio cavallo di battaglia la julienne… che non è nemmeno una ricetta. Il pezzo forte della Carota è un tipo di taglio della verdura. Ci può essere di peggio per un ortaggio? Continua a leggere

trekking

La felicità ha il sapore della porchetta

Lo scorso fine settimana mi sono svegliata alle sei di mattina. Mi sono svegliata alle sei di mattina e sono andata a fare trekking. Sono andata a fare trekking e ho conosciuto la felicità.

No, non c’entra nulla la leopardiana commistione romantica con la natura, nessuna siepe che si schiude verso l’infinito… anche perché stiamo pur sempre parlando di paesaggi dei dintorni pisani, non so se mi spiego. E no, non è nemmeno per l’aria pura e incontaminata, perché l’iperventilazione che ho raggiunto in alcuni tratti in salita mi ha fatto capire che l’ossigeno è sopravvalutato. Che dire poi della così graziosa fauna del luogo, che conta tra i suoi esemplari ragni gialli della dimensione di un Ricciarello. Continua a leggere

ingranaggio

F con d

Non c’è storia senza conflitto… ce lo insegna la letteratura. Si scrive sempre di qualcosa. Qualcosa che accade, qualcosa che non accade. Qualcosa che ci si aspetta succeda. Si scrive della tensione dell’attesa, dell’amarezza di un ricordo, del sangue incandescente che scorre nelle vene quando si prova un’emozione. Si scrive di se stessi e degli altri. E spesso si scrive di se stessi anche pensando di scrivere degli altri.

Non c’è storia senza conflitto, dunque. Ma voglio rilanciare: non c’è vita senza conflitto. L’opposizione è un motore che spinge in avanti: è l’incontro di due ruote dentate che muovendosi l’una in senso contrario all’altra creano un ingranaggio. Non penso sia un caso che anche la natura ci abbia spontaneamente esposti agli attriti, che anche quando ci stiamo già muovendo ci siano delle forze fisiche che ostacolano l’avanzamento. Altrimenti scivoleremmo. Sgusceremmo senza controllo e senza poter cambiare direzione. Alla deriva. Continua a leggere

On-Off

Non posso certo definirmi un tipo deciso. So esattamente cosa mi piace e cosa non mi piace, so come voglio venga fatta una certa cosa e so spiegare in modo preciso e minuzioso perché me ne dia fastidio un’altra. Ma penso che tra un Venerdì Lamento III e un Reparto Detersivi sia abbastanza chiaro a tutti che non sono una campionessa olimpica nel prendere decisioni in generale. E, sì, è vero: campionessa olimpica non potrei mai diventarlo in alcuna disciplina se non il Lancio del Gatto stile vecchia megera dei Simpson, ma diciamo che nel caso delle decisioni non mi avvicino lontanamente neanche alle qualificazioni. Un po’ come la Nazionale ai mondiali di quest’anno, come Ligabue alla musica o la D’Urso al giornalismo.

Però, pur con difficoltà, alla fine ci arrivo. E proprio in questi giorni tra scegliere cosa indossare per un matrimonio e cosa fare della mia vita, mi sono resa conto che io funziono a interruttori. Il concetto di On-Off è quello che meglio rappresenta i miei meccanismi decisionali.

Interruttori che scattano in continuazione e che accendono e spengono luci qua e là. Un minuto prima tutto mi si agita confusamente davanti agli occhi, un minuto dopo zac: la soluzione è chiara, la luce è accesa. Inutile che mi affanni alla ricerca di risposte. Inutile che faccia valutazioni razionali e che calibri i pro e i contro. Alla fine è tutta una questione di istanti: ora non lo so, ora lo so. Continua a leggere

Il mio nome è Nessuno

La soluzione sarebbe l’ibernazione. -196 °C e via, ci vediamo (per modo di dire) tra duecentocinquant’anni. Anzi, meglio cinquecento. Innanzi tutto non sottovalutiamo gli effetti benefici di un sonno bello lungo e ben refrigerato. Tiene fresca la mente e offre notevoli momenti di introspezione. Potrei finalmente riuscire a sbrogliare il gomitolo che ho al posto del cervello. Continua a leggere

treno a vapore

Lettera aperta a Trenitalia

Cara Trenitalia,

ho deciso di scriverti presa da una fitta di nostalgia. Sono ormai lontani gli anni universitari, scanditi dal rapporto di amore-odio che ci ha sempre caratterizzate. Come nelle migliori storie d’amore abbiamo vissuto alti e bassi (diciamo più che altro bassi)… ma alla fine, guidata dall’irrefrenabile impulso autolesionistico e autodistruttivo che mi contraddistingue, sono sempre tornata da te. Continua a leggere

caratteri mobili

Le parole che non esistono

Oggi mi sono imbattuta in un elenco di parole intraducibili. Sono termini in varie lingue che descrivono sentimenti complessi e stati d’animo universali. In tedesco esiste una sola parola per esprimere la nostalgia verso posti in cui non si è mai stati, ad esempio. Oppure, in arabo, ne esiste una che indica la speranza di morire prima della persona amata, per non dover sopportare il dolore di vivere senza di lei. Continua a leggere

A dream of you and me - future island

Le voci dentro me

Ebbene sì, sento le voci. Le sento dentro la mia testa, punto di partenza la bocca dello stomaco. So che molte persone che mi conoscono leggendo questa frase non rimarranno stupite, visto il mio stato di salute mentale. Ma vorrei precisare che non sono voci qualunque. Sono le voci di quelle persone che sono arrivate in un modo o nell’altro a far parte di me.

Quando sono sul punto di fare (o non fare) qualcosa, posso distintamente sentire tutte queste personcine che si agitano dentro di me, e spingono e si arrampicano le une sulle altre per arrivare per prime al mio orecchio.

E so esattamente chi mi direbbe che cosa. E so chi mi rimprovererebbe, chi mi incoraggerebbe, chi mi prenderebbe in giro. So chi riderebbe con me e mai di me. Continua a leggere