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Su Calvino e sull’Esattezza – parte II

Eccoci giunti, mangiucchiando le briciole lasciate dalle riflessioni dello scorso articolo, alla seconda parte del dialogo sull’esattezza con Francesco Mencacci e la .

Dove eravamo rimasti? Calvino ci aveva parlato della necessità di esattezza e di precisione nel linguaggio. Di quanto questo concetto sia fondamentale anche per definire e descrivere il suo opposto, l’idea di indeterminatezza.

Ogni lettura di questa lezione calviniana mi fa sorridere, perché ho la sensazione che i pensieri che mi frullano in testa a ogni volta che mi imbatto in una storpiatura, ogni volta che un “piuttosto che” viene utilizzato in senso disgiuntivo, ogni volta che si “prende una scelta” o si “fa una decisione”, abbiano trovato espressione. Che siano stati esplicati in un modo in cui io non sarei mai stata in grado di esporli e che trovino il favore di chi ha voce in capitolo ben più di me. Mi sento legittimata a essere una cosiddetta Grammar Nazi, insomma.

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Su Calvino e sull’Esattezza – parte I

Non è certamente un sogno e non sarà notte, ma ormai siamo giunti alla mezza estate. Il primo settembre è vicino e anche per chi non ha ancora ricevuto la lettera di Hogwarts (come ogni anno continuo a dirmi che c’è tempo), anche per chi ormai ricorda l’ultima volta che si è alzato da un banco come una sbiadita sequenza in bianco e nero, questo mese porta con sé uno strano presentimento di inizio. Si trascina dietro l’eco di una campanella fastidiosa.

Settembre, insomma, porta con sé l’idea di scuola. E cosa è opportuno fare per prepararsi al rientro nelle aule? I compiti per le vacanze! Un bel ripasso. Ecco dunque che il “gemellaggio” estivo con la Scuola Carver si tinge d’inchiostro e si imprime su quaderni a righe, pronto a regalarci utili spunti per arricchire il nostro bagaglio letterario.

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Intervista a Caterina Corucci – pt.1

Sarà anche vero che il miglior modo per assicurarsi la fedeltà di un lettore sia accrescere l’attesa, creare la suspance… ma forse stavolta ho esagerato. Ho tenuto il blog a digiuno di argomenti letterari e di buone letture. Lo ammetto, mi sono fatta influenzare dall’improvviso ritorno dell’ansia da prova costume (che si sa, si sveglia dal letargo a maggio) e l’ho messo a stecchetto… Ma poi mi sono ripresa, tanto di questo passo al mare ci andiamo quest’inverno migrando all’emisfero sud.

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Marco Vichi: lezioni di scrittura creativa pt.2

Lo so: arrivati alla fine della lettura della prima parte della “lezione” con Marco Vichi vi siete sentiti orfani di una degna conclusione. E io, responsabile per non avervela fornita. Quindi eccoci per l’ultima parte di questa conversazione con l’autore… perché mi si può dire tutto ma non che mi dimentichi i miei rendez-vous del venerdì con la Scuola Carver.

Quindi proseguiamo, e per riprendere un vecchio motto: tre… due… uno… Carver! Continua a leggere

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Marco Vichi: lezioni di scrittura creativa pt.1

Siamo tornati al salotto mensile venividilegiano con la Scuola Carver. E Scuola Carver significa incontro ravvicinato con la letteratura. In questo caso, parliamo più di un incontro ravvicinato con chi la fa, la letteratura. Non si tratta di un’eco lontana, come nel caso del Carver delle scorse volte, ma della voce forte e chiara di Marco Vichi. Lo scrittore fiorentino, noto al grande pubblico per la serie di romanzi Le indagini del commissario Bordelli, ha raggiunto la sede della Scuola per presentare Se mai un giorno, la sua ultima raccolta di racconti edita da Guanda nel 2018.

Quella che doveva essere una presentazione si è trasformata in una vera e propria lezione di scrittura e, come sempre quando si parla di questo tema, di lettura. Ho raccolto le perle di saggezza narrativa dell’autore per argomento e ve le voglio riproporre. E da dove iniziare se non dal principio? Continua a leggere

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Di cosa parliamo quando parliamo di (Scuola) Carver II

Capitolo 2

Prosegue il viaggio letterario tra citazioni carveriane e itinerari librari. Ancora una volta mi pongo nelle retrovie, visto che già nella prima puntata Francesco Mencacci e il fantasma di Raymond Carver se la sono cavati egregiamente anche senza di me. Chi l’avrebbe detto che il vecchio Ray non avesse bisogno di Elisa F.

Vi lascio dunque senza ulteriori indugi alle ultime due citazioni dell’autore, accompagnate da un commento legato alla visione letteraria e artistica della Scuola Carver e dei suoi docenti.

Tre… due… uno… Carver!

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Di cosa parliamo quando parliamo di (Scuola) Carver I

Capitolo 1

Qualche tempo fa ho incontrato Francesco Mencacci, direttore didattico della Scuola Carver, l’unica “palestra” che sono stata in grado di frequentare nella mia vita: quella di buone letture e di buona (nel mio caso più sullo stile “è intelligente ma non si applica” o “è una brava ragazza”) scrittura.

Abbiamo deciso di dare inizio a un ciclo di “chiacchierate” di tematica varia, sempre contraddistinte da un comune denominatore: l’amore per la lettura e per le grandi opere, e il tentativo, più o meno maldestro, di esprimere la propria “voce” scrivendo.

Propongo questo articolo come un’introduzione, una sorta di presentazione. E abituata alla volatilità della mia memoria, incapace di ricordare il nome di qualcuno che non conosco a soli trenta secondi dalla presentazione, mi sembra più altruista nei confronti del lettori alla Dori come me illustrare il caso con parole non mie. Magari in questo modo qualche contenuto di livello un po’ più elevato dell’amore per la focaccia con la porchetta, potrà aderire alla vostra mente (un po’ come quando mi appiccico i post-it in fronte per ricordarmi le cose guardandomi allo specchio) e darvi qualche interessante spunto di riflessione.

Non una descrizione indiretta delle attività della Scuola quindi, ma un’intervista, scandita dalle parole di Carver stesso, su cosa significhi scrivere e leggere per chi ne fa parte.

Pronti?… VIA! Continua a leggere

Intervista a Fabrizio De Sanctis, autore di “Format”

Dopo aver letto e recensito Format, romanzo di Fabrizio De Sanctis edito da Fratini Editore, ho avuto la possibilità di incontrare l’autore e di porgli qualche domanda. Voglio riproporre qui l’intervista che ha avuto luogo proprio presso la libreria Fratini a Firenze, in un clima disteso, divertente e molto stimolante!

Intervista a Fabrizio de Sanctis

Format è un romanzo dalla trama complessa, che presenta un intreccio molto ben curato. La prima domanda che sorge è quindi: quanto tempo ha impiegato a stenderlo? Lo schema era già prefissato, esisteva un’idea di base?

R: Per scriverlo ho impiegato circa un anno, tra tutto. Quando ho iniziato avevo in mente l’inizio e la fine… poi man mano che si va avanti, vengono le idee. Alcuni scrittori come Jeffrey Deaver si appuntano capitolo per capitolo cosa dovrebbe succedere nel corso del romanzo, io non ci sono mai riuscito.

Invece il fatto di descrivere gli eventi da vari punti di vista, in modo da dare una visione più completa, era una cosa già decisa in partenza?

R: Assolutamente sì. Il fatto di usare il punto di vista del serial killer e quello dei poliziotti lo avevo già stabilito. L’ho esasperato nel mio ultimo romanzo [non ancora edito – NdR] ambientato a Lucca, che ancora non esiste ma c’è (ride)… lì addirittura la narrazione dell’assassino è in prima persona, mentre il racconto di ciò che succede intorno è in terza. Qui ho portato al massimo livello quello che ho fatto in Format: l’identità dell’assassino si scopre a pagina sette (ride).

Sempre per quanto riguarda la forma e la scrittura, quello di Format è uno stile di respiro internazionale, sembra di leggere un thriller di uno dei grandi nomi del momento. A questo proposito, ci sono degli scrittori che prende a riferimento? Ho letto che ad esempio all’interno del romanzo viene citato Larsson, autore della trilogia Millennium.

R: Il mio modo di scrivere è figlio di quello che leggo (ride). Larsson è in realtà una citazione tarda… l’ho aggiunto dopo averlo letto, quindi dopo la prima stesura. Secondo me quello che si legge influenza necessariamente… io non mi perdo nulla di Michael Connelly, fino a poco tempo fa anche di Jeffrey Deaver. Nel thriller mi piace anche Stuart MacBride, bravissimo, e la Serie di Jack Reacher di Lee Child da cui è stato tratto anche il film con Tom Cruise… di questi tre non posso fare a meno.

Quindi tutti di stampo americano e anglosassone. Per quanto riguarda invece gli autori scandinavi, che ultimamente hanno preso molto piede?

R: Sì, Larsson stesso, Camilla Lackberg, Henning Mankell, Lars Kepler, hanno tutti uno stile particolare… un altro molto capace è Jussi Adler-Olsen, autore danese. Ad esempio c’è chi trova grandi somiglianze tra Siciliano [protagonista di Format − NdR] e il commissario Adamsberg di Fred Vargas, scrittrice francese bravissima che ha prodotto otto romanzi (che ho divorato) su questo personaggio. Diciamo che ormai se leggo un romanzo di cui non conosco la provenienza, in una ventina di pagine sono in grado di capirne l’estrazione etnica… sono tutti modi di scrivere completamente diversi. Format viene considerato crudo, ma i francesi sono molto più crudi di me, ad esempio (ride). In generale sì, in Format c’è un po’ di tutto. C’è anche un po’ del modo di scrivere di Stephen King.

Sì, una cosa che ho trovato molto “americaneggiante” sono le conclusioni dei paragrafi con una frase a effetto che lascia un po’ sospesi…

R: Esatto, molto Kinghiana come cosa (ride)… ricorda molto la conclusione di alcuni paragrafi di IT.

Personalmente ne sono una grande fan e ho apprezzato molto! In relazione invece alla trama, la tematica principale è proprio quella della spettacolarizzazione ad ogni costo… tanto che spesso soprattutto per quanto riguarda il personale della televisione, si tende a dimenticare che dietro al reality si cela l’azione di un assassino e si pensa solo a come strutturare la trasmissione. Mi chiedevo quindi come si pone lei di fronte alla realtà di condivisione spietata e a tutti i costi?

R: La risposta è molto semplice: uno dei motivi per cui è nato questo romanzo è il mio odio per i reality! Si tratta veramente di odio sperticato… però sono convinto che se per assurdo venisse fatto un reality del genere, la gente lo guarderebbe sicuramente. Ho messo in luce anche altre tematiche, come la violenza sui bambini, perché Format nasce da una violenza… però sì, il fulcro è la spettacolarizzazione. Pensandoci, noi oggi votiamo su tutto, lasciando perdere le elezioni (ride). Dal migliore in campo, al libro preferito del mese di agosto, come si accende la televisione si può votare. È una tendenza a voler far diventare artificiosamente lo spettatore protagonista, in modo da farlo sentire investito di un potere superiore.

Infatti in questo romanzo il pubblico come sempre succede si sente giudice indiscusso e prende quindi (incoscientemente) parte a questo gioco perverso.

R: Esatto… infatti verso la fine, una delle due giornaliste [ultime vittime rapite da Format − NdR] dice di non votare, per incastrare Format… ma non ci pensa nessuno a farlo! Sono convinto che se succedesse, la gente starebbe attaccata alla televisione. Continua a leggere