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La felicità ha il sapore della porchetta

Lo scorso fine settimana mi sono svegliata alle sei di mattina. Mi sono svegliata alle sei di mattina e sono andata a fare trekking. Sono andata a fare trekking e ho conosciuto la felicità.

No, non c’entra nulla la leopardiana commistione romantica con la natura, nessuna siepe che si schiude verso l’infinito… anche perché stiamo pur sempre parlando di paesaggi dei dintorni pisani, non so se mi spiego. E no, non è nemmeno per l’aria pura e incontaminata, perché l’iperventilazione che ho raggiunto in alcuni tratti in salita mi ha fatto capire che l’ossigeno è sopravvalutato. Che dire poi della così graziosa fauna del luogo, che conta tra i suoi esemplari ragni gialli della dimensione di un Ricciarello.

La felicità che ho vissuto io, e sono sicura di non essere stata l’unica ad avere avuto questa epifania, si chiama focaccia con la porchetta. Perché Al Bano cari miei ha capito tutto. Non esattamente un bicchiere di vino con un panino, ma l’apoteosi orgasmica che si nasconde dietro ogni morso dato a un preparato con questo insaccato, la felicità. Raggiungere la vetta dopo aver percorso un dislivello di seicento metri e accasciarsi su un tronco d’albero nerboruto addentando la schiacciata al sapore di maialino Babe, la felicità.

La pace dei sensi che occupa il cratere lasciato sul letto dal mio corpo appesantito da una camminata di sette ore. Come fare la pipì dopo averla trattenuta a lungo, come togliersi le scarpe strette a fine giornata.

Si dice che il tutto si riduca ad attimi fuggevoli, brevi aneliti che aprono uno spiraglio su un mondo meraviglioso e irraggiungibile. Poi, si dice, torna tutto come prima. Si torna al tran tran, si torna alla neutralità emotiva della vita quotidiana. Come se niente fosse successo. Sarà forse vero che la felicità è un’esperienza momentanea, come questo post, così breve da potersi leggere durante una pausa caffè. Ma il passaggio dal sentimento anestetizzato che ci accompagna nel quotidiano a questi istanti di felicità non è una trasformazione reversibile. Non si torna al punto di partenza una volta esaurita l’esperienza. Non si ripristinano le condizioni iniziali. Perché una volta sentito il sapore della porchetta non si torna più indietro. Lo si conosce ormai, si sa cosa ci attende sulla vetta. Una volta sperimentato quel momento prima di addormentarsi in cui tutto sembra perfetto e si sta accoccolati sotto un pleiddino matrimoniale, tornare a quello singolo avrà il sapore della sconfitta. Avrà il sapore della consapevolezza di ciò che si è perso.

La felicità non è una trasformazione reversibile e il percorso contrario ci riporta sempre un passetto più avanti rispetto a prima. È per questo che una volta conosciuta, non se ne può più fare a meno. Una volta vissuta, sarà per sempre quello a cui aspiriamo.

Come una focaccia con la porchetta a seicento metri di altezza.

E.

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