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La carota non è un ortaggio intelligente

Oggi, amici, vorrei parlare della difficile vita di un genere alimentare reietto. Una cibaria declassata che manifesta a pieno la propria utilità tramite il sacrificio a cui si presta per la preparazione di più appetitosi composti, come ad esempio la pomarola. Sto parlando, gentili lettori, della Carota. Diciamocelo, senza vergogna, senza peli sulla lingua, con la voglia di prendere posizione propria dei giornalisti d’assalto: la Carota è una sfigata. Si fa bella senza particolari meriti, non eccelle in alcuna preparazione culinaria. Si tratta di un caso talmente disperato da definire il proprio cavallo di battaglia la julienne… che non è nemmeno una ricetta. Il pezzo forte della Carota è un tipo di taglio della verdura. Ci può essere di peggio per un ortaggio?

Eppure è dotata di un packaging piuttosto accattivante: questo contrasto arancio-verde che salta all’occhio, facilmente riconoscibile. Avrebbe potuto sfruttare la notorietà portatale da Bugs Bunny, che le ha senz’altro fatto ottima pubblicità; avrebbe potuto cavalcare l’onda dell’inverno e investire nel mercato dei pupazzi di neve. E invece no. Si è impuntata, vuole essere annoverata tra gli ortaggi che fanno bene. Se me lo avesse chiesto, glielo avrei detto: lascia perdere, non è il tuo ruolo. Ma lei è decisa, è una verdura e come tale deve portare un beneficio all’organismo: si è mai sentito dire che un pomodoro sia inutile o che uno spinacio non sia un’importante fonte di ferro? E allora perché io no? Continua a ripetersi.

Il dramma a cui ha dato vita questa ambizione senza futuro però, non è tanto il senso di inadeguatezza provato dalla povera sfortunata, che ogni giorno sgomita per entrare di diritto nella hall of fame degli orti urbani, quanto il fatto che la compagna Carota si sia piegata alla pressione sociale. Ha accettato passivamente l’etichetta che le è stata gettata addosso dall’alto, senza fiatare pur di poter stare lì dove ritiene di dover stare. Qualcuno, un giorno, spazientito le ha dato il contentino: “Vuoi avere un ruolo? Bene, diciamo che la carota fa bene agli occhi”. La carota fa bene agli occhi. La friendzone del mondo ortofrutticolo. Non si sono neanche sforzati più di tanto di trovarle un compito che la faccia sentire utile. Persino un’influencer sente di avere il proprio ruolo nel mondo e alla Carota è toccata questa frasetta vuota. Una sentenza talmente nebulosa che per sua natura porta la nostra mente lontana dal concetto di messa a fuoco legato alla vista. Che poi cosa vuol dire, fa bene agli occhi. Li fa apparire più belli? Aumenta le capacità visive? Dona uno sguardo nuovo sul mondo?

Carota, non si chiede niente di tutto ciò. Se ne sta lì, in fila assieme alle sue compagne sotto il caldo manto arato di terreni tutti uguali e si tiene ben stretto il titolo che le è stato assegnato. Tutto, pur di sentire di avere uno scopo. Pur di ricevere riconoscimento sociale e potersi raccontare di essere stata apprezzata, di aver vissuto a pieno la propria vita.

Eccomi dunque, signori e signore, a lanciare un appello. Oggi invito le Carote di ogni landa del pianeta a sollevare il proprio ciuffo erboso e ad agitarlo contro il dominatore che le ha inchiodate a una realtà senza speranza di evoluzione. Fatevi valere, non lasciate che sia qualcun altro a esprimere la vostra essenza. Volete sentire di aver portato un contributo alla società di cui fate parte? Aspirate a provare un legittimo senso di appartenenza? Inventatevi la categoria in cui rientrare. Scegliete voi dove volete stare, piccole codarde tronco-coniche.

“La carota va mangiata perché l’arancione si merita una chance” è molto più dignitoso del “fa bene agli occhi” che si perde nel mare dei benefici reali portati dagli altri ortaggi. Datemi retta, l’autodefinizione, una delle più grandi piaghe sociali del nostro tempo, nel vostro caso può essere salvifica.

Perché tutti meritano di sentirsi i primi in qualcosa.

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