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La Pressione non è solo una grandezza fisica.

Il momento della giornata che preferisco è quello passato in cucina, la mattina, ad aspettare che esca il caffè. “Ma come  – qualcuno potrebbe obiettare  – la vita prima del caffè mattutino è un buco nero in cui si condensano disperazione e miseria umana”. Da un lato non posso che essere d’accordo: il mondo prima del caffè appare un posto grigio e nebbioso. Dall’altro, invece, in quei minuti passati seduta immobile a fissare il vuoto mi si affacciano alla mente i pensieri esistenziali più astrusi. Quelli che poi mi servono per scrivere, in sostanza.
Un po’ come se guardassi l’Aleph, vedo immagini sconnesse che si collegano secondo logiche tutte loro.

Proprio l’altra mattina durante una di queste mie sessioni pensanti, riflettevo su quando di preciso inizia la pressione. Su quand’è esattamente nella nostra vita che iniziamo a sentirci in dovere di fare, in dovere di pensare in un certo modo, di raggiungere determinati obiettivi in un certo ordine.

Studia. Trovati un lavoro. Vai a vivere da solo. Sposati. Fatti una famiglia. Maternità, poi, è quasi inscindibile dal concetto di vita che si ha per una donna. Che scandalo anche solo immaginare di fare le cose in un ordine diverso: Maternità, Trovare un lavoro, Andare a Vivere da Solo, Studiare, ad esempio. Oppure Studiare, Trovare un lavoro, Andare a Vivere da solo e non Sposarsi mai. O Sposarsi ma non Avere figli. O Avere figli ma non essere Sposato.

Quando esattamente iniziamo a sentire la pressione? Quand’è che questo senso di responsabilità opprimente che soffoca lo spirito prende il controllo della nostra esistenza? L’insistente brusio che fa da sottofondo alla nostra vita, che striscia furtivo nelle nostre coscienze, è lì da sempre perché da sempre viene insidiato dentro di noi. Semplicemente, arrivati a un certo punto aumenta di volume.

E improvvisamente, quando va bene, ci svegliamo una mattina e il castello di carte che ci siamo costruiti, in bilico su fondamenta poco solide, crolla su sé stesso lasciandoci solo un cumulo di interrogativi: “Come sono arrivato qui?”, “Cosa sto facendo?”. Ci troviamo intrappolati in un labirinto di dogmi vuoti e senza significato, in un reticolo di devo che hanno ormai preso il posto dei voglio. La cosa più semplice a questo punto, sarebbe continuare a girare su sé stessi annaspando per trovare un significato a quello che stiamo facendo. La cosa più semplice forse, ma non la soluzione migliore.

È come tentare di entrare in un abito di due taglie più piccolo. Ma nasciamo nudi. Nasciamo liberi.

Solitamente si tende a pensare che gli obblighi e le aspettative sorgano in età adulta e che nell’infanzia si viva spensierati e liberi da ogni vincolo. In realtà non è così. Il solo fatto di vivere in una (sedicente) società civile implica doveri imposti, tempistiche da rispettare e codici di comportamento.

“Insomma, ormai hai più di 1 anno, dovresti già parlare!”, “Ma come, hai sei anni e non fai neppure uno sport?”, “Ma dai, un bambino che fa danza classica?”, “Scuola Superiore? Un liceo, non puoi mica non fare l’università!”, “Se non sai cosa fare all’università, iscriviti alla facoltà che ti fa meno schifo, puoi sempre cambiare”, “Ormai stai per laurearti, che senso ha cambiare?”, “Ti sei laureato da sei mesi, è ora di trovare un lavoro!”, “Un impiego che non implichi otto ore seduto alla scrivania non può definirsi lavoro”, “Hai trent’anni, quando pensi di creare una famiglia? Di accendere un mutuo?”, “Non puoi cambiare lavoro… come farai a mantenere i tuoi figli? Come farai a pagare il mutuo?”, “Sei sempre al lavoro, non hai mai tempo per la tua famiglia.”, “Un viaggio? Non puoi permetterti un viaggio! Devi fare carriera.”, “Pensione anticipata? E come impiegherai le tue giornate?”, “Insomma, ormai hai settant’anni, arriverà il momento di smettere di lavorare!”, “E ora che non lavori più cosa fai, stai per tutto il giorno a leggere e ad ascoltare musica?”.

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“Siamo qui riuniti in memoria del nostro Fratello. Era una brava persona. Lo ricordiamo per essersi alzato ogni mattina per cinquant’anni per svolgere un lavoro che non amava, per aver rinunciato a viaggiare e a vedere il mondo, per essersi sposato solo perché era giunto il momento, per aver generato figli di cui non si è mai occupato, solo perché ormai era sposato. Lo ricordiamo con affetto per aver seguito la strada che qualcuno aveva tracciato per lui… e per averlo fatto nel modo giusto, senza porsi domande.

Mi piacerebbe poter concludere dispensando un qualche consiglio illuminante, una soluzione a questo problema esistenziale. Purtroppo, almeno per il momento, non la ho. Prima che ci potessi arrivare, è passato il caffè.

E.

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