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Le parole che non esistono

Oggi mi sono imbattuta in un elenco di parole intraducibili. Sono termini in varie lingue che descrivono sentimenti complessi e stati d’animo universali. In tedesco esiste una sola parola per esprimere la nostalgia verso posti in cui non si è mai stati, ad esempio. Oppure, in arabo, ne esiste una che indica la speranza di morire prima della persona amata, per non dover sopportare il dolore di vivere senza di lei.

E allora ho pensato a quanto sia incredibile che nella vastità del mondo, nonostante le tipologie umane, le differenze culturali e le infinite forme mentali, ci siano delle sensazioni che accomunano e caratterizzano indistintamente tutti gli esseri viventi. E che siano così concrete, così tangibili, che leggendo il significato di quei termini che le condensano, tutti capiscano esattamente a cosa si riferiscano. La sensazione dolceamara data la consapevolezza di essere in presenza di qualcosa di rara bellezza. Il suono prodotto dal vento tra le foglie degli alberi. L’impazienza nell’attesa di qualcuno che tarda ad arrivare, che spinge a fissare insistentemente la porta o a guardare in continuazione fuori dalla finestra. Sono emozioni che chiunque ha nutrito, non importa in quale parte del mondo, non importa a quale età, non importa di quale estrazione sociale o di quale sesso fosse.

Ho pensato: chissà se esiste una parola per descrivere quello che mi capita di provare spesso. Questo modo totalizzante di vivere le emozioni. Questo passaggio istantaneo da zero a cento, come succede guardando la velocità salire in un tachimetro. Il sentirsi completamente pervasa da una qualsiasi sensazione, dalla punta dei piedi alla punta dei capelli… il sentirla salire ed espandersi dentro come un palloncino che si gonfia. La fusione completa fra ciò che sono e ciò che sento: il diventare in un momento la stessa rabbia, l’euforia, la felicità o la disperazione che mi invade.

Chissà se esiste una sola parola con cui indicare il respiro profondo che si deve compiere per rimpicciolire quella sensazione e costringerla in un angolino. Per ridurre ciò che è ormai arrivato al di sotto dello strato più superficiale della pelle, che è arrivato a colorare le guance, che ti fa quasi venire voglia di implodere per iniziare a nuotare nell’oceano incontrollabile che ti è sfociato dentro.

Chissà se poi in qualche zona remota del pianeta esiste anche una parola per esprimere quel presentimento, quel ticchettìo interiore che avverte che l’emozione è ancora lì… compressa, arginata, rimpicciolita ma lì in attesa. Come un predatore che sorveglia la preda. Quella tesa consapevolezza e quel senso di vuoto allo stomaco che fanno capire che come un’ondata tornerà a invaderci e a risalire fino alla punta dei capelli.

Chi lo sa se queste parole sono solo mie… se sono il motivo per cui a volte mi basta una giornata di sole per sentirmi genuinamente felice, per sentire quel palloncino che mi scoppia dentro e libera una corrente calda che mi attraversa il corpo; oppure se siano universali come quelle che ho letto stamattina.

Ho provato, a cercare dei termini adatti… non ne ho trovati. E forse è giusto così. È giusto che certe parole non esistano. È giusto rinunciare a intrappolare nei contorni definiti di una combinazione di lettere qualcosa di così impalpabile.

Forse certe cose è giusto semplicemente viverle.

E.

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