On-Off

Non posso certo definirmi un tipo deciso. So esattamente cosa mi piace e cosa non mi piace, so come voglio venga fatta una certa cosa e so spiegare in modo preciso e minuzioso perché me ne dia fastidio un’altra. Ma penso che tra un Venerdì Lamento III e un Reparto Detersivi sia abbastanza chiaro a tutti che non sono una campionessa olimpica nel prendere decisioni in generale. E, sì, è vero: campionessa olimpica non potrei mai diventarlo in alcuna disciplina se non il Lancio del Gatto stile vecchia megera dei Simpson, ma diciamo che nel caso delle decisioni non mi avvicino lontanamente neanche alle qualificazioni. Un po’ come la Nazionale ai mondiali di quest’anno, come Ligabue alla musica o la D’Urso al giornalismo.

Però, pur con difficoltà, alla fine ci arrivo. E proprio in questi giorni tra scegliere cosa indossare per un matrimonio e cosa fare della mia vita, mi sono resa conto che io funziono a interruttori. Il concetto di On-Off è quello che meglio rappresenta i miei meccanismi decisionali.

Interruttori che scattano in continuazione e che accendono e spengono luci qua e là. Un minuto prima tutto mi si agita confusamente davanti agli occhi, un minuto dopo zac: la soluzione è chiara, la luce è accesa. Inutile che mi affanni alla ricerca di risposte. Inutile che faccia valutazioni razionali e che calibri i pro e i contro. Alla fine è tutta una questione di istanti: ora non lo so, ora lo so.

Spesso rimango sospesa in un corridoio di porte socchiuse. Posso scorgere quelle che portano a stanze illuminate e quelle che invece si aprono su ambienti ormai bui, estinti. È più semplice osservare le cose dall’esterno. È più semplice limitarsi a essere a conoscenza di dove si vuole andare senza muovere un passo in direzione dell’entrata. Io sono al più un tipo da soglia… sto lì e osservo facendo la vaga. Come quando prima di fare il bagno ci si immerge piano piano per acclimatarsi. Prima un piede, poi l’altro, poi cammino lentamente mentre l’acqua sale e mi lambisce i fianchi. Quando mi sento sufficientemente sicura mi tuffo sott’acqua. Solo che aprire una porta è un gesto completamente diverso: immediato, subitaneo, uno scatto che istantaneamente ti offre una prospettiva su un mondo in qualche modo nuovo. Non ci si può “immergere” lentamente in una stanza, non ci si può “acclimatare”. O entri o non entri. Salti tu, salto io, per dirlo alla Di Caprio.

E mi succede così, gli interruttori scattano, le luci si accendono e si spengono, le decisioni sofferte vengono prese e spesso si rivelano giuste. Ma io resto lì, in corridoio. Mi carico. Mi carico di coraggio. Sono come uno di quei pupazzetti a cui bisogna far prendere la rincorsa perché avanzi. A un certo punto, quando sembra che sia ritornata sui miei passi, tutto il coraggio accumulato mi spinge e senza neanche saperlo mi ritrovo all’interno della stanza. Quando è il momento giusto. Quando mi sono acclimatata.

È la cosa bella delle decisioni a interruttore: non le puoi ignorare. Perché le luci rimangono accese anche se decidi di accostare la porta per un pochino.

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