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Di cosa parliamo quando parliamo di (Scuola) Carver II

Capitolo 2

Prosegue il viaggio letterario tra citazioni carveriane e itinerari librari. Ancora una volta mi pongo nelle retrovie, visto che già nella prima puntata Francesco Mencacci e il fantasma di Raymond Carver se la sono cavati egregiamente anche senza di me. Chi l’avrebbe detto che il vecchio Ray non avesse bisogno di Elisa F.

Vi lascio dunque senza ulteriori indugi alle ultime due citazioni dell’autore, accompagnate da un commento legato alla visione letteraria e artistica della Scuola Carver e dei suoi docenti.

Tre… due… uno… Carver!

Mi piace il salto rapido di un buon racconto, l’emozione che spesso comincia già nella prima frase, il senso di bellezza e mistero che si riscontra nei migliori esemplari.

Da dove sto chiamando – Raymond Carver

Mi ricordo da allieva del corso base il famoso mistero che deve trapelare da un buon racconto. Quali sono gli altri elementi che rendono un buon racconto tale, quali sono i mezzi che il vostro corso vuole dare agli allievi?

Allora, innanzi tutto anche il corso di focus sul racconto è incentrato sulla lettura. Quest’anno ci sarà un’importante novità: il docente della sede di Livorno, Valerio Nardoni, ha scelto otto racconti classici della storia della letteratura, andandoli a pescare chissà dove. Un esempio è Il collezionista di tramonti di Saulius Tomas Kondrotas, scrittore lituano. Leggiamo tanto e facciamo fare degli esercizi di imitazione. Imitare non è copiare: imitare vuol dire andare a bottega… come nel Rinascimento, quando si andava a bottega dai maestri di pittura. Andiamo a bottega da Cechov perché ci spieghi come si sviluppa una trama. Oppure andiamo a bottega da Kafka o da Dürrenmatt perché ci spieghino ritmo e stile. Si legge tanto, si fanno esercizi di imitazione… riguardo a ciò che dovrebbe andare in un racconto, dirlo è dura. Anche in questo caso, ci affrettiamo a dire che non esistono regole. Non esistono vademecum seguendo i quali siamo sicuri di scrivere un buon racconto. E meno male! Perché se esistessero, la letteratura sarebbe tutta uguale. Prima di fondare la mia Scuola insieme agli altri, ho girato l’Italia per seguire vari corsi di scrittura. E una cosa che non mi piaceva era il fatto che si affrettassero a darti delle ricette. A dirti “un buon racconto si scrive così”. Secondo me questa cosa è sbagliatissima. Però è vero che bisogna dare a chi inizia a scrivere un binario da seguire, con la speranza che strada facendo lui deragli e trovi la sua voce, il suo stile. La voce è veramente difficile da trovare, ci può volere una vita a trovare una voce inconfondibile, riconoscibile a distanza di lungo tempo. Esistono però sono dei tratti distintivi per un buon racconto. E quali sono questi tratti distintivi? Il mistero, come dice Carver stesso, lo è sicuramente. Infatti quello che funziona in un buon racconto è la reticenza: devo decidere cosa dire e cosa non dire. Come la teoria dell’iceberg di Hemingway. Ed è una cosa che funziona: più io sono reticente, più il lettore è legato al testo. Chiaramente devo essere bravo a non dire né troppo né poco: devo trovare un equilibrio tra ciò che si vede e ciò che è nascosto. Insieme a questo, Carver ci dice anche che in un buon racconto ci vuole un po’ di senso di minaccia. Lo dice nel Mestiere di Scrivere. Se ci pensi è tutto. Perché se tu riesci a mettere un po’ di minaccia, che può essere un conflitto, un presagio di qualcosa che sta per accadere, l’imminenza di una catastrofe… può anche non accadere nulla. Infatti in Carver non accade quasi mai nulla, cioè la maggior parte delle volte accade dopo o è accaduto prima.

In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste, con la punteggiatura nei posti giusti in modo che possano dire quello che devono dire nel migliore dei modi.

Il mestiere di scrivere – Raymond Carver

 

Quali sono le “parole giuste” che useresti per descrivere il rapporto tuo e della Scuola con la lettura e la scrittura creativa?

Le parole giuste sono quelle con cui abbiamo definito fin dall’inizio la Scuola. A noi piace chiamarla Palestra di Lettura e Scrittura. Sono parole che abbiamo scelto con cura non solo dal punto di vista lessicale ma anche dal punto di vista sintattico: prima viene Palestra. Perché si va in palestra? Si va per allenarsi… ma soprattutto si va con umiltà di chi sa che deve fare fatica per raggiungere un risultato. Una cosa su cui insistiamo molto è che la scrittura dovrebbe avere delle barriere all’ingresso, come altre forme d’arte. Se voglio suonare il pianoforte vado al conservatorio, prendo lezioni private o studio da autodidatta. Dovrebbe essere lo stesso per chi vuole scrivere. La barriera di cui parlo non necessariamente è la Laurea in Lettere. Come la storia ci dimostra, sono pochi i grandi scrittori laureati in Lettere. E allora qual è? Tanta lettura. Quest’anno ad esempio abbiamo parlato di figure retoriche. Ce le hanno spiegate, ma non si devono certo conoscere tutte le figure retoriche per scrivere. È indubbio però che se tu leggi tanto impari a usarle inconsapevolmente. Le assimili. Per questo motivo le nostre “parole giuste” sono Palestra, Umiltà, Lettura e Scrittura. Scrittura sta in fondo. Perché come ho detto e scritto nel mio libro Le Stelle Benevole [Valigie Rosse, 2017] la scrittura è solo un effetto collaterale della lettura. In un Scuola di scrittura sana, ci dovrebbe essere anche una funzione pedagogica. Dovrebbe dirti: aspetta, fai un passo indietro. Ok, hai pubblicato un racconto. Ok, hai una raccolta pronta. Vieni alle nostre lezioni, parliamo di buone letture. Fammi capire che sei una persona che frequenta la buona letteratura. Poi se ne riparla. Magari poi scopro che hai un talento innato, che sei un Mozart.

Ma i Mozart nascono molto molto raramente.

 

Ben consapevole di non essere un Mozart né in ambito musicale (strimpello quattro accordi alla chitarra con la delicatezza di una zappatrice, spingendo persino le corde dello strumento a un suicidio del quale il rumore di nylon che si spezza è innegabile testimonianza), né in ambito letterario, sono fermamente convinta di ciò che è emerso da questa chiacchierata immaginaria tra Francesco Mencacci e Raymond Carver: è dalla buona lettura che (forse e se va bene) nasce la buona scrittura. E se anche non nascesse una Madame Bovary, nel peggiore dei casi la buona lettura porterebbe belle riflessioni e buone idee, che già sarebbero ottimo risultato per la maggior parte di noi.

Con questi articoli metaletterari inauguriamo quindi una serie di dissertazioni più o meno filosofiche su scrittura, lettura, editoria e tutto ciò che concerne questo affascinante mondo.

Vi do dunque appuntamento alla prossima puntata!

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