Venerdì lamento II

Eccoci giunti al secondo episodio del Venerdì Lamento, Whining Friday. Tu che leggi, sappi che questa è una giornata universale, aperta a qualsiasi tipo di lamentela. Tutti possono portare il loro contributo lasciando un commento.

Questa settimana potrei lamentarmi della pioggia incessante che si è abbattuta sui miei lidi per almeno dieci giorni consecutivi, o delle macchinette automatiche della stazione che non funzionano mai, o di chi non possiede un cavatappi da vino. Ma non lo farò. Perché sarebbe banale (insomma, chi è che non possiede un cavatappi da vino?).
No, oggi mi lamenterò della scontatezza. Potrei definirla come la mia unica allergia, quella alla scontatezza (escluso forse un principio di shock anafilattico causato da un’ananas un ultimo dell’anno). Quando inizio a sentire qualcuno pronunciare una serie di banalità che si impilano le une sulle altre come perfette sculture di rock balancing, scatta il mio istinto omicida. Ed essendo l’omicidio e il sacrificio umano sfoghi poco consoni, come già detto nel precedente episodio, è meglio convogliare questa energia polemica in un bell’articolo lamentela.

Quello che più mi irrita (diciamo l’allergene principale) della banalità di espressione e della prevedibilità dei concetti, è la semplificazione di pensiero che rappresentano. Scarnificando, scarnificando, il pensiero critico finisce per essere del tutto assente. E le osservazioni risultano vuoti gusci di quello che un tempo era un punto di vista.

Sono stanca di vivere in un mondo in cui il cielo è blu, i baci sono sempre appassionati, le delusioni sono cocenti, le battaglie ardue e le attese infinite. Stanca di questa aggettivazione inflazionata. Degli eroi belli e buoni (e solo prìncipi biondi con gli occhi azzurri). E dei tramonti che sono sempre romantici, le cime che sembrano non poter essere altro che innevate. Mi annoia che a ogni “Buon Natale!” corrisponda un “Grazie, auguri anche a te e famiglia”.
Mi annoia vivere in un mondo in cui si domanda “Come stai?” con la stessa superficialità con cui si risponde “Tutto bene”.

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Quello che mi aspetto è una realtà in cui la felicità sia insopportabile, le battaglie non sempre perse in partenza, le sconfitte terapeutiche e le attese a volte vane. Il cielo nel mio mondo può anche essere blu… ma blu ciano. E poi, il cielo che preferisco è quello grigio ghiaccio che precede la neve. O quello antracite che si prepara alla pioggia, quando attraverso le venature un po’ più chiare delle nubi si intravede la luce del sole.

Voglio vivere in un mondo in cui la morte non sia dolorosa o inattesa, ma abbia gli occhi di una persona amata e giunga pietosa come la fine di un amore.

E.

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