Venerdì Lamento III

Questo marzo con cinque venerdì ha mandato in tilt il mio calendario interno, un po’ come succede col fuso orario o con le temperature siderali a inizio primavera. So che eravate tutti preoccupati non vedendo segni del terzo attes(issim)o appuntamento con il Venerdì Lamento, ma non temete… anche se con una settimana di ritardo, il momento è finalmente giunto. Provate a lamentarvene!

Oggi ho deciso di sfogare le mie frustrazioni nei confronti delle scelte. Sono un tipo piuttosto indeciso, per qualsiasi cosa. Mare o montagna? Carne o pesce? Primo o secondo? Caffè o tisana? Facciamo tisana, anzi no, caffè. No guarda, va bene la tisana. Quello che mi manda in crisi delle scelte, quelle importanti, non è tanto capire cosa voglio e cosa mi piace. Questo lo so, lo riesco a sentire (più o meno) chiaramente dentro di me. È il fatto che scegliendo qualcosa, automaticamente si annullino tutte le possibilità complementari.

Perché non è possibile essere sia carne che pesce? Perché si deve scegliere una strada univoca, diritta, anziché procedere saltellando qua e là in direzioni diverse? Perché se ascolti i Dire Straits non puoi ascoltare Justin Bieber? A me la musica piace tutta (oddio, Justin Bieber proprio no). Mi piace essere bionda e poi castana, liscia e poi riccia. Mi piace saper risolvere un problema di Scienza delle Costruzioni (diciamo tentare di risolvere) e rilassarmi leggendo Cent’anni di Solitudine. Mi piace bere il caffè, anzi no la tisana… no dai, preferisco il caffè.

Come si può pretendere di fare scelte di vita definitive, vincolanti, se prima non si sono provate tutte le possibili alternative? Di fronte a un bivio, mi immagino sempre che a partire dal primo passo verso una certa direzione si dipartano infiniti universi paralleli, raffiguranti ciò che saremmo potuti essere e non saremo mai, e un’unica realtà in cui invece si realizzano le conseguenze di ciò che abbiamo scelto di fare. Qui mi viene in aiuto Kierkegaard, che con le scelte aveva qualche problemino come la sottoscritta: “Esistere significa ‘poter scegliere’; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensì la miseria dell’uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una ‘possibilità che sì’ e di una ‘possibilità che no’ senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro.

Impossibile per me scegliere ma impossibile nella vita non farlo. Mi ritrovo così a fermarmi pietrificata di fronte alle biforcazioni, fissando le mie alternative e implorandole di scegliere per me. Un po’ come succede nel Reparto Detersivi.

Rimane solo una cosa da fare: tapparsi il naso e tuffarsi, sperando di non essere schiacciati dalla mole di acqua che sorreggiamo sulle spalle e sperando che la ‘possibilità che sì’ sia quella giusta, quella che condurrà alla felicità. Sperando in fondo che gli infiniti universi paralleli finiscano per convergere in un unico punto, come in un perfetto remake di Sliding Doors, e che ci facciano trovare, in un misto di predestinazione e serendipità, esattamente dove saremmo dovuti essere.

Non possiamo scampare alla necessità di una scelta. Intanto però, in queste giornate in cui neanche il meteo sa da che parte stare, possiamo lamentarcene un pochino.

E.

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