Scuola Carver logo

Su Calvino e sull’Esattezza – parte I

Non è certamente un sogno e non sarà notte, ma ormai siamo giunti alla mezza estate. Il primo settembre è vicino e anche per chi non ha ancora ricevuto la lettera di Hogwarts (come ogni anno continuo a dirmi che c’è tempo), anche per chi ormai ricorda l’ultima volta che si è alzato da un banco come una sbiadita sequenza in bianco e nero, questo mese porta con sé uno strano presentimento di inizio. Si trascina dietro l’eco di una campanella fastidiosa.

Settembre, insomma, porta con sé l’idea di scuola. E cosa è opportuno fare per prepararsi al rientro nelle aule? I compiti per le vacanze! Un bel ripasso. Ecco dunque che il “gemellaggio” estivo con la Scuola Carver si tinge d’inchiostro e si imprime su quaderni a righe, pronto a regalarci utili spunti per arricchire il nostro bagaglio letterario.

Le prime “lezioni” che ho deciso di ripassare grazie al gentilissimo Francesco Mencacci, direttore didattico della scuola, sono quelle americane di Italo Calvino.

Dal dattiloscritto originale ritrovato dalla moglie Esther, è nato questo libro che raccoglie gli interventi che Calvino avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nel 1984. Purtroppo lo scrittore è deceduto prima della partenza e prima di aver ultimato quella che sarebbe dovuta essere l’ultima lezione, la sesta, “Consistency”.

In questo (e nei prossimi) articoli abbiamo deciso di commentare la terza lezione, quella sull’esattezza.

Il modo di scrivere di Calvino è unico nel suo genere: essenziale ma non per questo meno calzante ed evocativo di una profusione di parole. Tra le sue righe si scorge uno studio quasi scientifico della lingua. È un ingegnere della letteratura, se mi posso permettere. Teorizza e quantifica, senza mai perdere la sensibilità necessaria per guardare al mondo con gli occhi di un vero scrittore. Che poi, sono per primi quelli di un vero lettore.

Fin dall’inizio di questa lezione viene portato in luce lo stretto rapporto esistente tra esattezza e indeterminatezza: due opposti che si intersecano e si aggrovigliano, che si inabissano in un vortice in cui l’uno, se visto da un’altra prospettiva, può diventare l’altro. La mia memoria è stata solleticata e ha riportato in superficie reminiscenze classiciste di filosofia eraclitea.

Ma l’apice dell’analisi calviniana (e il fulcro stesso dell’intero intervento) viene raggiunto quando lo scrittore riflette sulla questione che, a mio parere, meglio sintetizza la compenetrazione dei concetti di esattezza e indeterminatezza: la ricerca di specificità ci porta a suddividere la realtà in porzioni sempre più piccole, sempre più precise e puntuali… ma lo spazio è illimitato. Ogni infinitesimo è suddivisibile in ulteriori sottoparti. Indefinitamente. Infinitamente. Eccolo qui, un esempio di esattezza inscindibile dall’indeterminatezza o, se preferite, di indeterminatezza che rincorre arrotolandosi a spirale l’esattezza.

Soffermandomi su questo punto è nata la prima domanda che ho voluto porre a Francesco Mencacci.

Un pensiero sulla necessità di esattezza e di specificità anche per rendere l’impressione del vago, strumento evocativo potentissimo in poesia e letteratura.

R: Calvino in questa lezione prova a dimostrare la necessità dell’esattezza partendo dalla sua tesi contraria, quella della vaghezza, e scopre – citando l’esempio eccelso dello Zibaldone di Leopardi – che si può essere molto precisi anche nel definire il vago, l’indefinito. La qual cosa mi pare una dimostrazione geniale, efficacissima (e anche molto poetica) della tesi dell’esattezza.

Come a dire: se Leopardi ci insegna che si può e si deve essere precisi nella definizione del vago, come non esserlo nella vita di tutti i giorni per esporre le proprie idee o magari, con un pizzico di ambizione in più, nel tentativo di scrivere un racconto o una poesia? Ecco, mi pare che la tesi dell’esattezza, all’interno delle lezioni americane, sia forse quella più importante, per il particolare periodo storico-politico che stiamo vivendo.

Un periodo in cui, specie in Italia, il pensiero fumoso, sciatto, pigro o parassitario, pieno di cliché e banalità ha fatto precipitare il paese lungo un piano inclinato di degrado culturale, politico e sociale davvero agghiacciante.

Non solo, l’imprecisione da sempre in Italia copre i clientelismi, le malversazioni, i maneggi sottobanco, la corruzione… Siamo un popolo che sguazza nell’inesattezza, nella confusione, nel giorno del poi e del mai, e che di questo atteggiamento ha fatto un pessimo e furbo modus vivendi. Ecco perché, per come la vedo io, l’esattezza, la specificità, la precisione assoluta e accurata nell’esposizione delle proprie idee o necessità sono principi base di una democrazia moderna che vanno comunicati ai nostri bambini fin da piccoli, e devo dire – operando come formatore negli istituti scolastici – che molti nostri insegnanti lo fanno, lo fanno eccome.

Quasi cospargendo il sentiero di briciole, la conclusione di questa risposta porta alla prossima domanda. Domanda suggerita direttamente dalle parole di Calvino sulle tinte horror (in alcuni casi splatter) assunte dal linguaggio nella sua epoca. E direi che nei trent’anni che ci separano da quando queste righe sono state scritte, la situazione non è poi molto migliorata.

Curiosi? Beh non vi resta che attendere la seconda parte dell’articolo.

Intanto vi invito a pensare alla parola più specifica che vi viene in mente (quella più “esatta”) per descrivere il vostro rapporto con il linguaggio e con il peso delle parole… E se vi va a scriverla nei commenti!

E.

  • 49
  •  
  •  
  •  
  •   
  •  
    49
    Shares

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *