Intervista a Fabrizio De Sanctis, autore di “Format”

Dopo aver letto e recensito Format, romanzo di Fabrizio De Sanctis edito da Fratini Editore, ho avuto la possibilità di incontrare l’autore e di porgli qualche domanda. Voglio riproporre qui l’intervista che ha avuto luogo proprio presso la libreria Fratini a Firenze, in un clima disteso, divertente e molto stimolante!

Intervista a Fabrizio de Sanctis

Format è un romanzo dalla trama complessa, che presenta un intreccio molto ben curato. La prima domanda che sorge è quindi: quanto tempo ha impiegato a stenderlo? Lo schema era già prefissato, esisteva un’idea di base?

R: Per scriverlo ho impiegato circa un anno, tra tutto. Quando ho iniziato avevo in mente l’inizio e la fine… poi man mano che si va avanti, vengono le idee. Alcuni scrittori come Jeffrey Deaver si appuntano capitolo per capitolo cosa dovrebbe succedere nel corso del romanzo, io non ci sono mai riuscito.

Invece il fatto di descrivere gli eventi da vari punti di vista, in modo da dare una visione più completa, era una cosa già decisa in partenza?

R: Assolutamente sì. Il fatto di usare il punto di vista del serial killer e quello dei poliziotti lo avevo già stabilito. L’ho esasperato nel mio ultimo romanzo [non ancora edito – NdR] ambientato a Lucca, che ancora non esiste ma c’è (ride)… lì addirittura la narrazione dell’assassino è in prima persona, mentre il racconto di ciò che succede intorno è in terza. Qui ho portato al massimo livello quello che ho fatto in Format: l’identità dell’assassino si scopre a pagina sette (ride).

Sempre per quanto riguarda la forma e la scrittura, quello di Format è uno stile di respiro internazionale, sembra di leggere un thriller di uno dei grandi nomi del momento. A questo proposito, ci sono degli scrittori che prende a riferimento? Ho letto che ad esempio all’interno del romanzo viene citato Larsson, autore della trilogia Millennium.

R: Il mio modo di scrivere è figlio di quello che leggo (ride). Larsson è in realtà una citazione tarda… l’ho aggiunto dopo averlo letto, quindi dopo la prima stesura. Secondo me quello che si legge influenza necessariamente… io non mi perdo nulla di Michael Connelly, fino a poco tempo fa anche di Jeffrey Deaver. Nel thriller mi piace anche Stuart MacBride, bravissimo, e la Serie di Jack Reacher di Lee Child da cui è stato tratto anche il film con Tom Cruise… di questi tre non posso fare a meno.

Quindi tutti di stampo americano e anglosassone. Per quanto riguarda invece gli autori scandinavi, che ultimamente hanno preso molto piede?

R: Sì, Larsson stesso, Camilla Lackberg, Henning Mankell, Lars Kepler, hanno tutti uno stile particolare… un altro molto capace è Jussi Adler-Olsen, autore danese. Ad esempio c’è chi trova grandi somiglianze tra Siciliano [protagonista di Format − NdR] e il commissario Adamsberg di Fred Vargas, scrittrice francese bravissima che ha prodotto otto romanzi (che ho divorato) su questo personaggio. Diciamo che ormai se leggo un romanzo di cui non conosco la provenienza, in una ventina di pagine sono in grado di capirne l’estrazione etnica… sono tutti modi di scrivere completamente diversi. Format viene considerato crudo, ma i francesi sono molto più crudi di me, ad esempio (ride). In generale sì, in Format c’è un po’ di tutto. C’è anche un po’ del modo di scrivere di Stephen King.

Sì, una cosa che ho trovato molto “americaneggiante” sono le conclusioni dei paragrafi con una frase a effetto che lascia un po’ sospesi…

R: Esatto, molto Kinghiana come cosa (ride)… ricorda molto la conclusione di alcuni paragrafi di IT.

Personalmente ne sono una grande fan e ho apprezzato molto! In relazione invece alla trama, la tematica principale è proprio quella della spettacolarizzazione ad ogni costo… tanto che spesso soprattutto per quanto riguarda il personale della televisione, si tende a dimenticare che dietro al reality si cela l’azione di un assassino e si pensa solo a come strutturare la trasmissione. Mi chiedevo quindi come si pone lei di fronte alla realtà di condivisione spietata e a tutti i costi?

R: La risposta è molto semplice: uno dei motivi per cui è nato questo romanzo è il mio odio per i reality! Si tratta veramente di odio sperticato… però sono convinto che se per assurdo venisse fatto un reality del genere, la gente lo guarderebbe sicuramente. Ho messo in luce anche altre tematiche, come la violenza sui bambini, perché Format nasce da una violenza… però sì, il fulcro è la spettacolarizzazione. Pensandoci, noi oggi votiamo su tutto, lasciando perdere le elezioni (ride). Dal migliore in campo, al libro preferito del mese di agosto, come si accende la televisione si può votare. È una tendenza a voler far diventare artificiosamente lo spettatore protagonista, in modo da farlo sentire investito di un potere superiore.

Infatti in questo romanzo il pubblico come sempre succede si sente giudice indiscusso e prende quindi (incoscientemente) parte a questo gioco perverso.

R: Esatto… infatti verso la fine, una delle due giornaliste [ultime vittime rapite da Format − NdR] dice di non votare, per incastrare Format… ma non ci pensa nessuno a farlo! Sono convinto che se succedesse, la gente starebbe attaccata alla televisione.

Per poi cambiare canale una volta finito, come in The Truman Show

R: Sì è così… ormai la gente quasi vorrebbe vivere di quello.

Un altro filone tematico sono le dinamiche e i meccanismi di indagine, i rapporti tra i vari gradi dell’esercito… Siciliano che si sente rinchiuso in un ruolo da cui non è riuscito a uscire e che deve sottostare a degli ordini a volte controproducenti. In questo senso ho notato anche la tematica del maschilismo latente di cui poi è di fatto vittima la sovrintendente Alessi. Si tratta di un aspetto introdotto per sentire comune o è frutto di un’esperienza diretta dell’esercizio della sua professione?

R: Facendo l’ignobile mestiere dell’avvocato… sì, ho potuto constatare che il mondo della polizia è un mondo mostruosamente maschilista che spesso “maschilizza” anche le donne. Anche solo per quanto riguarda il linguaggio (tema su cui abbiamo avuto molte discussione con l’editore). Talvolta le donne usano un linguaggio persino più volgare di quello degli uomini perché devono dimostrare di non aver problemi di questo genere… Ho conosciuto soltanto una donna a capo di un dipartimento, infatti adesso l’hanno spostata. Era la dirigente della polizia postale. È l’unica che io abbia conosciuto in un ruolo di comando, tant’è vero che nel mio secondo romanzo ho messo una donna a capo della polizia postale. Nella mia esperienza professionale ho avuto a che fare con numerosi idioti, purtroppo ci sono anche quelli… infatti qualche vendetta me la sono presa. Molto è preso dalla realtà: ad esempio Franca Selvatici, la cronista di cronaca nera di Repubblica, dopo aver letto il libro mi ha detto “Grazie per avermici messo” (ride)… la Francisci infatti è lei! le ho risposto “Grazie per esserti riconosciuta!”.

La seconda tematica che emerge è quella dell’inefficienza giudiziaria italiana, rappresentata dai casi delle due prime vittime di Format, Magliabechi e Raducanu [un pedofilo e un pirata della strada lasciati in libertà − NdR]. Anche in questo caso è frutto della sua esperienza diretta?

R: Premesso che io non ho mai difeso un pedofilo, grazie a Dio perché non potrei mai… purtroppo la giustizia italiana è affetta da tali formalismi per cui un colpevole può uscire anche solo se scade un termine, come succede a Magliabechi. E se ci pensi, Format a Magliabechi fa un servizio ben peggiore che a Raducanu… e anche Siciliano stesso si diverte un sacco con lui, lascia che ci caschi con tutte le scarpe. L’interrogatorio in ospedale di Magliabechi penso mi sia costato dieci giorni, rifinirlo frase per frase è stato un lavoraccio. Però diciamo che non è venuto male! (ride).

Legandosi proprio alla vicenda di Magliabechi, ci si rende conto che fino a più o meno metà libro ci sono questi due filoni narrativi che spesso si intersecano: a cosa è dovuta la scelta di fondere quelli che potevano essere benissimo due romanzi distinti?

R: Dunque… io credo di aver scritto Format pensando che sarebbe stata l’unica cosa che avrei scritto in vita mia, quindi ci ho messo dentro tutto quello che mi veniva in mente. Non è sbagliato dire che la vicenda di Magliabechi potrebbe far parte di un romanzo a sé… infatti sono sempre stato tentato di scrivere qualcosa dedicato proprio a lui, perché è un personaggio interessante che al contrario di Format non è morto.

Pensa a un seguito di Format?

R: Il seguito di Format sarebbe potuto essere dedicato a suo figlio, ma Siciliano è troppo anziano… all’epoca dei fatti il bambino ha due anni. Quindi al massimo potrebbe essere incentrato sul ritorno dell’hacker [uno dei personaggi principali − NdR], che tra l’altro è ispirato a una persona che esiste nella vita reale e si chiama proprio nello stesso modo! Lavorava in una ricevitoria dove andavo spesso ed era un geniaccio del computer… quando ho cominciato a ipotizzare di inserire una cosa di questo tipo, mi è subito venuto in mente lui.

Quindi per quanto riguarda tutta la parte inerente l’informatica e la tecnologia ha avuto delle consulenze dal suo stesso personaggio?

R: Lui mi ha dato parecchie dritte… alcune cose sono un po’ “tirate per i capelli”, altre oggi come oggi sono ampliamente superate dalla realtà, basti pensare al Deep Web. Adesso in edicola ti vendono i programmi per hackerare le password altrui, è assurdo! Eppure è così… ora con Internet si può fare veramente quello che si vuole… si trova tutto, lecito o illecito.

Un’altra scelta che mi ha incuriosita è stata quella di rivelare l’assassino a circa metà libro. È una scelta dovuta alla volontà di coinvolgere il lettore nelle dinamiche risolutive dell’omicidio o ci sono altre esigenze?

R: Alfred Hitchcock in almeno quattro dei suoi film rivela l’assassino nei primi cinque minuti… perché ti vuole far vivere la dinamica della caccia, dell’innocente che viene sospettato e incastrato. Non ho ripetuto l’esperienza se non nel mio ultimo romanzo ambientato a Lucca, ma secondo me è più coinvolgente per certi versi, perché da quel momento in poi si riesce meglio a seguire le dinamiche. Il mio assassino è anche un abile trasformista per cui riesce ad andare a pranzo con una persona e rapirla… ti passa sotto il naso e non ti accorgi con chi hai a che fare. L’idea di svelare chi fosse mi è venuta scrivendo, mi sono detto: “A questo punto lo dico, per quale motivo non dovrei?” (ride). C’è chi ha gradito e chi non ha gradito, ma dipende molto dai gusti personali… il giallo classico è quello in cui l’assassino viene scoperto alla fine, non viene raccontato come personaggio diretto del romanzo, si vedono solo le conseguenze delle sue azioni. Il thriller invece mescola i due piani, racconta l’assassino… e se si racconta l’assassino, si può anche dire chi sia.

Anche perché il personaggio di Format è molto approfondito, emerge proprio l’idea che quella che sembra malvagità pura (si pensi agli omicidi delle australiane o a quello dei bambini) non sia innata, in un certo senso sia indotta.

R: Sì esatto, infatti la tematica gialla è quella che in realtà mi interessa meno. Mi focalizzo più su tutta la tematica di vita che c’è dietro. La cattiveria di Format non è fine a se stessa, ha un’origine precisa e soprattutto tira fuori la cattiveria che c’è negli altri. Quando lui dice: “Tutti siamo potenziali assassini”, dice il vero.

A questo proposito, mi ha colpita la parte in cui Antonio Grandi per salvarsi accetta di fare l’appello in suo favore, sapendo di andare a sfavore della donna amata. Pensa che in fondo la natura umana sia proprio portata a fare questo, che non ci siano legami che tengano? Come viene ripetuto spesso nel romanzo “homo homini lupus”.

R: Penso che tutto sommato trovandosi in quelle situazioni si perda la connessione anche con i sentimenti. Se ci pensiamo un attimo: le australiane sono amiche, sono partite insieme per un viaggio… però alla fine quello che dicono è: “Ammazzate lei” riferendosi l’una all’altra; Magliabechi e Raducanu si difendono dicendo di uccidere l’altro… le uniche più razionali sono le due giornaliste, le uniche che tentano di fregare l’assassino. Sono varie reazioni: Grandi si trova a pensare che se uccidono lei, lui verrà salvato. Evidentemente non era neanche questo grande amore. Penso che in fondo sia molto umano… sono assolutamente sicuro che in determinate occasioni tutti noi saremmo capaci di uccidere, scatta il meccanismo dell’autoconservazione. Io non so come agirei in questo tipo di situazione, capisco però chi si comporterebbe come lui! (ride).

Ultima domanda: Emma, la moglie di Siciliano, è un personaggio che rimane sempre nell’ombra ma in realtà è fondamentale per la risoluzione del crimine. È in netto contrasto con le altre figure femminili del romanzo, le giornaliste e la Alessi, che invece sono sempre in prima linea. L’introduzione di un personaggio in opposizione a queste ultime è stata una cosa voluta?

R: Emma è ripresa a piene mani dalla moglie del commissario Maigret, come confesso nel romanzo (ride). La signora Maigret sta lì, c’è. Lui le racconta le sue cose, si sfoga con lei… io l’ho pensata così anche perché da una parte è la moglie che avrei voluto avere: lei sa di aver sposato un poliziotto. La moglie di Tommasi [collaboratore di Siciliano − NdR], ad esempio, non si rende conto di averlo fatto. Per lei, lui dovrebbe fare otto ore fisse come fosse un impiegato. Emma invece sa chi ha sposato, sa che potrebbe tornare a casa per cena, di notte, o non tornare proprio. L’ho pensata così semplicemente perché è un personaggio che vorrei che esistesse.

 

Format è un romanzo thriller, scritto da Fabrizio De Sanctis ed edito da Fratini editore nel 2014. Il volume, formato 24×17 cm in copertina flessibile, ci catapulta in una realtà in cui anche l’omicidio diventa spettacolo: cosa succederebbe se un serial killer di spietata freddezza incitasse il pubblico di un reality a scegliere e a giudicare le sue prossime vittime? “Tutti siamo potenziali assassini” sostiene Format, e la vicenda narrata in questo romanzo ne conferma inequivocabilmente la tesi.

Per leggere la recensione del romanzo, clicca qui!

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