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Intervista a Caterina Corucci – pt.2

Lasciatemi indovinare: stavate aspettando impazientemente la seconda puntata dell’intervista a Caterina Corucci (qui la prima parte). In onore del suo Sillabario delle cose fuori posto abbiamo affrontato gli argomenti… in ordine alfabetico (sono solo le cose a essere fuori posto). Riprendiamo quindi dalla D, ultima lettera della prima parte!

D come Decisioni

Perché la scelta dei racconti bervi?

Il racconto breve mi piace molto, perché deve riuscire a interessare il lettore da subito… con poche parole. È un po’ un percorso a scivolo, in pendenza. Arrivi velocemente verso la fine e non ti puoi permettere divagazioni. Ogni parola deve essere essenziale e quindi la cosa deve essere ben architettata. Già dall’inizio devi seminare, senza svelare, e a tenere alta la tensione.

Nel romanzo invece puoi permetterti un po’ di pause, più spazio alle descrizioni, e c’è più lavoro sulla trama, sono due cose completamente diverse. Io mi sento bene dentro il racconto, credo di essere più portata per quello. Però non ne sono sicura. Ora sto provando a scrivere un romanzo, e mi sto divertendo a farlo.

Ognuno ha la sua cifra stilistica e si sente meglio in alcune cose piuttosto che in altre. Poi non è detto che il riscontro del pubblico rifletta il pensiero di chi scrive. Magari chi pensa di essere migliore nel racconto si rivela poi un grande romanziere.

Per ora la cosa che mi spaventa più nel romanzo è riuscire a incastrare tutto perfettamente. La trama è complessa, ci sono tanti personaggi, tante storie dentro. Mentre un racconto ti puoi permettere in una giornata di buttarlo giù. Poi lo rivedi, lo riguardi giorni e giorni… però è sicuramente meno impegnativo, anche solo per la lunghezza.

Per il romanzo hai utilizzato un canovaccio, uno schema di massima?

Sì. Il progetto c’è, poi qualcosa può cambiare. C’è un personaggio che era cattivo e alla fine non so perché è diventato buono. Non so come [ride] ha fatto delle cose mentre scrivevo, ha preso un’altra direzione.

E come Espressione

Ho sempre sentito dire dagli autori che dopo un po’ il personaggio va avanti da sé. È una cosa vera?

È proprio vero. Pensavo fosse un modo di dire, invece è vero, magari dipende anche dalla giornata in cui stai scrivendo. Oppure a volte ti serve la variazione, perché ti rendi conto che per far agire un altro personaggio c’è bisogno che quello si comporti in un determinato modo…

È vero anche che dopo un po’ assumono quasi un’anima propria e quasi comandano loro?

Dipende anche se ti ispiri a persone reali oppure no. In quello che sto scrivendo ora, alcuni sono ispirati a persone esistenti e hanno il loro carattere … Invece quelli totalmente inventati sì, rischiano di andare per conto loro!

Nel nuovo romanzo quindi i personaggi sono tratti da persone reali?

Sì, però rielaborati. C’è uno spunto per quanto riguarda gli eventi, però poi la storia prende tutta un’altra piega. Credo che, come dicevo prima, ci sia sempre il legame con un fatti vissuti o visti. E dove non è biografico il personaggio, può esserlo il sentimento. C’è un personaggio che non corrisponde a nessuna persona reale, però gli ho fatto provare un sentimento che ho vissuto io.

Anche perché è molto più facile scrivere di cose che si sono provate sulla propria pelle. Penso che scrivere di una cosa che non si è vissuta, che non si è in qualche modo sentita, non riesca molto bene. Le cose le puoi studiare… però le devi anche sentire, vedere.

F come… Fine!

Per quanto riguarda la formazione di chi vorrebbe cimentarsi o di chi aspira a una carriera letteraria: è strettamente necessario che sia legata alla letteratura?

Io non sono laureata in lettere. Sono diplomata maestra, ma non esercito, faccio tutt’altro. Però ho sempre letto molto e sto seguendo corsi di scrittura creativa. Non credo che debba esserci per forza una preparazione specifica. Se c’è, meglio. Però se si ha una passione, si può coltivarla a qualsiasi età, si può studiare a qualsiasi età… sono tanti i modi per arrivare alla scrittura.

In questa raccolta c’è un racconto a cui sei particolarmente legata? Da cosa è stato spinto? Ha preso la forma che inizialmente pensavi avrebbe avuto o è poi arrivato altrove?

Ce ne sono due a cui sono particolarmente legata: uno è il primo, l’altro l’ultimo. Non a caso. Questo è un sillabario quindi i racconti sono ordinati dalla A alla Z. Originariamente l’ultimo non iniziava con la Z, ma secondo l’editor era così potente che doveva per forza essere alla fine. Si chiamava “Dipende” e non c’era niente all’interno del racconto che lo potesse rappresentare che iniziasse con la Z. Per cui alla fine è stato intitolato “Z come fine”. Perché parla di una persona che si trova all’interno di un tubo della risonanza magnetica… e lì le pensa tutte, anche alla sua “fine”.

Però non si sa se finisce bene o male, “Zeta come fine” è un punto interrogativo. A questo sono particolarmente affezionata, perché è successo a me. È totalmente autobiografico.

Invece il primo, “Albero”, parla di un personaggio particolare, la persona che apre i cancelli dei parchi in città. A Livorno abbiamo Villa Maria, Villa Fabbricotti e molte altri giardini… e c’è una persona che io incontro tutte le mattine, quando porto il cane a passeggio alle 7:30. Lui arriva, ha un mazzo di chiavi enorme con cui apre tutti i cancelli. Arriva con la vespina ed è un personaggio singolare, ogni tanto si siede su una panchina, si fuma una sigaretta, gioca un attimo coi cani… Mi sono immaginata che da uomo, un giorno sia diventato un albero. E il “come” è scritto qui dentro. È una storia completamente inventata che parte da un personaggio reale.

Perché sei particolarmente affezionata a questo personaggio?

Perché… non lo so, mi è piaciuto scriverlo, mi è piaciuto per come mi è venuto in mente. Mi è venuto in mente in una maniera buffa… e poi è quello che mi dicono piace un po’ a tutti, i lettori rimangono colpiti da questo racconto.

Scrittura come catarsi o come modo per impartire qualche lezione?

Anche se non lo vuoi o non te ne accorgi, alla fine qualche messaggio lo passi, la morale della favola c’è. Però in primis scrivere è molto liberatorio, per me lo è stato. Quasi curativo.

Si conclude così la mia piacevole chiacchierata con Caterina Corucci, soggetto dei consueti appuntamenti mensili con la Scuola Carver.

Io, al contrario di lei, alla Z non ci sono arrivata. Ma penso mi perdonerete… in fondo anche Parise si è fermato prima.

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