Scuola Carver logo

Su Calvino e sull’Esattezza – parte II

Eccoci giunti, mangiucchiando le briciole lasciate dalle riflessioni dello scorso articolo, alla seconda parte del dialogo sull’esattezza con Francesco Mencacci e la .

Dove eravamo rimasti? Calvino ci aveva parlato della necessità di esattezza e di precisione nel linguaggio. Di quanto questo concetto sia fondamentale anche per definire e descrivere il suo opposto, l’idea di indeterminatezza.

Ogni lettura di questa lezione calviniana mi fa sorridere, perché ho la sensazione che i pensieri che mi frullano in testa a ogni volta che mi imbatto in una storpiatura, ogni volta che un “piuttosto che” viene utilizzato in senso disgiuntivo, ogni volta che si “prende una scelta” o si “fa una decisione”, abbiano trovato espressione. Che siano stati esplicati in un modo in cui io non sarei mai stata in grado di esporli e che trovino il favore di chi ha voce in capitolo ben più di me. Mi sento legittimata a essere una cosiddetta Grammar Nazi, insomma.

Proprio su questo aspetto volge la seconda domanda che ho posto a Francesco Mencacci.

Ma ora basta cianciare, non credo che le Lezioni Americane o Calvino abbiano bisogno di ulteriori introduzioni. Quindi bando ai preamboli, che tanto il testo parla da solo e il commentatore, pure.

“[…] mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile.” Già allora Calvino si esprimeva così riguardo all’andamento della lingua: quanto la digitalizzazione, in particolare la possibilità per chiunque di “scrivere” per il Web e di rivolgersi a un ampio pubblico, contribuisce a muoversi in questa direzione?

R: Mi viene da risponderti subito con un’e-mail che mi ha mandato proprio stamani un amico, che lavora come manager a Milano e che su mia specifica committenza mi aggiorna periodicamente sulle terribili derive aziendalistiche della lingua italiana. Pare che un cliente, con cui aveva un appuntamento di lavoro gli abbia scritto così:

Caro, non riesco a essere a Milano per nostro incontro di domani pomeriggio, possibile tenere comunque slot e fare call o skype call?

Vi invito a riflettere su una frase come questa: è triste e divertentissima al tempo stesso. Infarcita di parole e modi di dire che stanno infestando la nostra lingua e inquinando il nostro parlato quotidiano a tal punto che spesso finiamo per scrivere così anche agli amici.

Dalle più evidenti (“slot”? Oibò!) alle più sottili, come il fatto che non si usino più articoli, o verbi, o preposizioni per esigenze di brevità (“nostro incontro”,“possibile tenere”). Calvino ci ha messo in guardia in tempi non sospetti (già nel 1965, sulle pagine de Il Giorno, denunciò l’avvento dell’Antilingua, ovvero una lingua inesistente infestata da forestierismi, aziendalismi, ipercorrettismo. Una lingua che ci fa appendere cartelli fuori dai bar con su scritto “Non si effettuano panini”).

Mi piace anche ricordare il grande Giorgio Scerbanenco, che in un suo racconto estratto dalla raccolta Milano, Calibro 9 (anno 1969) scriveva Kekka con tre K. Ora, lasciando perdere questi scrittori con il dono di una preveggenza assoluta, mi sembra che sia giusto domandarsi che fine abbia fatto la lingua italiana nel 2019. E soprattutto se la diffusione dei social abbia contribuito a peggiorare o migliorare le derive della nostra lingua già annunciate negli anni 60-70.

Devo dire che in parte condivido il fastidio intollerabile di Calvino e il suo pessimismo; in parte invece voglio essere positivo registrando il fatto che i social, che impongono a tutti un utilizzo consapevole dello strumento scrittura (almeno dovrebbe, dico, essere consapevole…), possano avvicinare un sacco di persone a questa disciplina. Voglio poter sperare che queste persone siano incuriosite dall’imparare a scrivere meglio, a essere più efficaci e persuasive nell’esposizione delle loro idee.

Di sicuro qualcuno mi darà dell’ingenuo, ma spero che succeda questo.

Quindi, che tutti scrivano senza magari avere piena consapevolezza non mi pare una cosa del tutto negativa. Come non sarebbe del tutto negativo se tutti ma proprio tutti nel mondo leggessero Topolino o i librini Harmony, senza per forza dover leggere Proust o Flaubert. Leggere è comunque una cosa buona no? E perché allora non dovrebbe esserlo scrivere?

Solo che bisogna sperare che da cosa nasca cosa. Che la curiosità per lo scrivere, come quella per il leggere, spinga col tempo a livelli superiori di consapevolezza.

Ma qual è il rovescio della medaglia dell’esattezza? Il pericolo in cui si incorre cercando la specificità estrema? Sicuramente quello di finire per dire troppo sfociando nella ridondanza… oppure quello di dire troppo poco, per mancanza di vocaboli adeguati. Su questa tematica si conclude la stimolante conversazione intorno ai pensieri calviniani.

“Sono due diverse pulsioni verso l’esattezza che non arriveranno mai alla soddisfazione assoluta: l’una perché le lingue naturali dicono sempre qualcosa in più rispetto ai linguaggi formalizzati[…]; l’altra perché nel render conto della densità e continuità del mondo che ci circonda, il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno […]” Quali sono per te degli esempi di autori, del passato o del presente, che hanno saputo equilibrare al massimo questi due aspetti? Che riescono a esprimersi senza dire mai niente di più e niente meno di ciò che è necessario al lettore?

R: Beh questo mi pare l’eterno dilemma dell’aspirante scrittore: trovare un equilibrio stabile tra il dire troppo e il dire troppo poco. Tra la necessità di reticenza (linfa della narrativa), omissione e ambiguità da una parte, e la specificità, il dettaglio estremo e significativo (altro ingrediente fondante della buona narrativa) dall’altra.

Agli allievi della Scuola Carver diciamo che i grandi autori, quelli con la A maiuscola, ci mostrano che scrivere è sempre e comunque ricerca ossessiva di questo equilibrio. Ed è una ricerca che richiede un’ossessione maniacale per la revisione, per il cesello delle frasi, e un orecchio attento per quello che il compianto scrittore milanese Pinketts chiamava il “senso della frase”.

Un talento che forse si eredita alla nascita, anche se gente come Carver o Hemingway, che riscrivevano decine di volte i loro racconti, non sarebbe del tutto d’accordo.

Sono tanti gli scrittori che eccellono nella ricerca della parola giusta, dell’equilibrio perfetto. Come non citare Flaubert che era letteralmente tormentato da le mot juste. Come non citare Manzoni, che riduce drasticamente, nella sua versione definitiva, il capitolo decimo dei Promessi Sposi. Questo capitolo come tutti credo sapranno, è dedicato alla vicenda della famosa Monaca di Monza, la quale a sua volta si ispira a un fatto di cronaca.

Nella prima stesura Manzoni racconta per filo e per segno questa vicenda (ben 6 capitoli, contro i 2 della versione definitiva, appunto il 9° e il 10°), concedendosi qualche particolare scabroso su come lo scellerato Egidio seduce la giovane Gertrude.

Nell’edizione definitiva, per semplificare diremo che taglia quasi tutto e racchiude un mondo nella famosa frase la sventurata rispose. Umberto Eco, affascinato, commenta così:

La sventurata rispose, punto e a capo, non ha lo stesso ritmo di Addio ai monti, ma quando arriva è come se il bel cielo di Lombardia si riempisse di sangue.

Ecco, quale insegnamento trarne?Che una storia che vale la pena di essere ascoltata è fatta di omissioni, di evocazioni, di allusioni. Nessuna spiegazione chiusa, definitiva, ma semmai apertura, in modo che il lettore possa vedere e concludere da sé. Un singolo dettaglio significativo può rendere indimenticabile un racconto, tre sole parole possono illuminarlo o addirittura potenziarne la capacità evocativa. Al contrario una profusione di dettagli insignificanti e pedanti, o un accanimento a ribadire quel che si capisce bene, ammazza la scrittura e il lettore.

Tuttavia serve precisione, precisione assoluta nella scelta della parola giusta. Quella che amplifica il significato di un testo ridotto di fatto ai minimi termini.

In breve – per come la vedo io ­­­­– serve questa cosa qui: precisione nella vaghezza.

Perché come succede spesso ossimori, antitesi e contrapposizioni ci sono di aiuto nello spiegare le cose della vita prima, e la bellezza della letteratura che tenta di restituircele poi.

Se vi dicessi che la frase di chiusura non serve, perché questa è di per sé un’ottima conclusione?

E.

  • 73
  •  
  •  
  •  
  •   
  •  
    73
    Shares

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *