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Marco Vichi: lezioni di scrittura creativa pt.1

Siamo tornati al salotto mensile venividilegiano con la Scuola Carver. E Scuola Carver significa incontro ravvicinato con la letteratura. In questo caso, parliamo più di un incontro ravvicinato con chi la fa, la letteratura. Non si tratta di un’eco lontana, come nel caso del Carver delle scorse volte, ma della voce forte e chiara di Marco Vichi. Lo scrittore fiorentino, noto al grande pubblico per la serie di romanzi Le indagini del commissario Bordelli, ha raggiunto la sede della Scuola per presentare Se mai un giorno, la sua ultima raccolta di racconti edita da Guanda nel 2018.

Quella che doveva essere una presentazione si è trasformata in una vera e propria lezione di scrittura e, come sempre quando si parla di questo tema, di lettura. Ho raccolto le perle di saggezza narrativa dell’autore per argomento e ve le voglio riproporre. E da dove iniziare se non dal principio?

Incipit

Il panico da pagina bianca si merita di essere annoverato tra le patologie più diffuse tra scrittori, scriventi e dattilografi. E non c’è frase più difficile da scrivere di quella iniziale. La frase “Siamo tornati al salotto mensile venividilegiano con la Scuola Carver” mi è costata molto più sudore delle successive otto (e diciamocelo, non è neanche questo granché). Il commento di Marco Vichi sul perfetto incipit, è legato all’analisi delle prime battute de “Il segreto” (racconto facente parte della raccolta) proposta dai docenti della Scuola:

«Come cominciare? Non lo so. […] Quando vedi che in quella direzione c’è una storia, è la storia stessa che ti dice dove andare. “Il segreto” ha un inizio abbastanza classico. È un annuncio, avrei potuto fare scelte diverse.»

Siete curiosi di leggerlo? Eccolo qua:

Non posso dimenticare quella notte, una delle più inaspettate che abbia mai vissuto. Avevo dodici anni, la scuola era appena finita, e da qualche giorno ospitavamo una famiglia di amici dei miei genitori. Gli adulti erano andati a cena chissà dove, io ero rimasto a casa con il figlio degli amici, che di anni ne aveva quasi diciassette. Era alto e magro, con gli occhiali e l’aria da secchione. Però era simpatico, e quando parlava si faceva ascoltare. Mi raccontava dei libri che leggeva, mettendoci una passione che riusciva a impressionarmi. Era come se nei romanzi trovasse il sangue per vivere. A un tratto mi guardò negli occhi e mi disse: «Voglio farti un regalo.»

«Che regalo?»

«Però dobbiamo uscire.»

«La mamma ha detto che…»

«Non fare il moccioso.»

«Ma se lo scopre il babbo…»

«Sei un cacasotto.»

«Non è vero.»

«Allora andiamo.»

«Va bene, andiamo.»

«Aspettami qui un minuto, devo prendere una cosa.» Andò nella camera dove dormiva e tornò poco dopo con uno zaino appeso alle spalle. […]

Si tratta effettivamente di un inizio “standard”, sempre che così possa essere definito un qualsiasi incipit, ma presenta tutti gli elementi necessari per essere catapultati nella storia:

  • Colloca spazio-temporalmente la vicenda: ci troviamo in casa, di notte, durante le vacanze estive;
  • Ci fonde fin dall’inizio con il protagonista, parlando attraverso i suoi occhi: Gli adulti erano andati a cena ci colloca subito all’altezza del ragazzino. I genitori sono “i grandi”.
    La descrizione del figlio degli amici è molto semplice, ripropone proprio i tratti che potrebbe notare in una persona un dodicenne.
    Il Però era simpatico, dopo l’impressione che fosse un secchione, è poi l’atto finale della trasfigurazione dello scrittore e del lettore in un ragazzino di dodici anni: chi a quell’età non avrebbe dato per scontato che un “secchione” fosse noioso?

Spoiler alert: dove saranno diretti secondo voi i due ragazzi? Ma naturalmente… stanno andando a fare irruzione in una biblioteca!

Un incipit efficace, dunque, che rispetta l’unica regola che conta, ovvero che non ci sono regole:

«Ci sono corsi su incipit, finale, protagonisti… ma non ci sono regole. Non esiste una tecnica di scrittura migliore di un’altra. Calvino nelle Lezioni Americane cita uno scrittore norvegese che afferma che esistono tre regole fondamentali per scrivere un bellissimo romanzo… ma nessuno le conosce.»

Stile

Una di quelle parole che, quando si tratta di scrittura, usano in molti ma conoscono in pochi. Quello di stile è un concetto fumoso e talvolta abusato che ha finito per significare tutto e niente. Che cosa è dunque veramente importante quando si parla di forma e di stile?

«Gli scrittori si dividono in scrittori stanziali ed esploratori. Io mi sento un esploratore: ho iniziato da ragazzino e ho scritto tanti anni senza pubblicare e mi piaceva proprio raccontare storie diverse per stile, per epoca. C’è un romanzo che ho scritto, Il brigante [Guanda, 2006  ̶  Tea, 2009  ̶  Guanda, 2015], che si svolge nel 1800 e mi è piaciuto moltissimo fare questo lavoro di mimesi con il libro. Ora sembra un libro del 1800, ma se l’avessero letto allora avrebbero detto: “Che è ’sta roba”. Si tratta di trovare vocaboli, visioni del mondo, riflessioni… una frase, o anche un colore di una frase che richiamino quel mondo lì… ma che non siano assolutamente la lingua di quell’epoca. E dunque ecco, ogni racconto che io scrivo ha una sua lingua e man mano che uno avanza nell’esperienza questa cosa diventa, non dico automatica, ma molto più facile. Ci si avventura in una dimensione ed ecco che arriva quella lingua lì che ci aiuta a raccontare una storia. La storia non è solo la quella che stai raccontando ma anche il linguaggio che vi si affianca per raccontarla, dare colore, atmosfera. Se racconti la storia dell’antica Roma ci dovrà essere una lingua e un modo di guardare il mondo che aiuti il lettore a entrare nel mondo classico.»

Regole? Risposta prevedibile: anche in questo caso, non ce ne sono.

«Un esempio: si dice sempre di stare attenti a mettere l’aggettivo prima del sostantivo, perché diventa subito un po’ retorico, un po’ enfatico. “Mettetelo se è utile alla vostra narrazione ma non usatelo come regola assoluta”. C’è un libro di Silvano Ceccherini che si intitola La traduzione. Lui è stato in galera e ha avuto questa esperienza di traduzione da un carcere a un altro. Romanzo degli anni ’60 ripubblicato dieci anni fa da Feltrinelli. Un libro bellissimo in cui ogni aggettivo è prima del sostantivo. E ci stava benissimo in questo libro, questa visione un po’ sognante che si impone sulla visione della realtà dal treno che lo porta da un carcere all’altro, mentre la sua vita è crudelmente legata alla cella. Questo stacco mi piace moltissimo ed è quasi indispensabile per quello che sta raccontando. È una specie di volo continuo fuori dalla sua condizione per niente piacevole. Quindi non esiste assolutamente una regola, nel momento in cui ti azzardi a dire: “Questo non si può fare” arriva uno scrittore e ti dimostra che invece si può fare e va benissimo farlo perché la sua scrittura così funziona. Perché la narrativa è fatta di tantissime variabili che si combinano tra di loro: se ne cambi una, anche le altre hanno bisogno di cambiare per diventare alla fine un’armonia. Quello che serve è proprio avere un’armonia narrativa che emozioni il lettore. Il grande motore della narrativa è l’emozione. Puoi parlare di quello che vuoi, ma se non c’è l’emozione non vai avanti. Hai bisogno di identificarti nei personaggi, di vivere, di soffrire, di gioire con i personaggi… altrimenti le pagine non riesci a generarle. Hai bisogno del grande fiume dell’emozione, poi dentro ci può finire qualunque cosa.»

Personaggi e ambiente

Poche semplici parole che rendano chiara la natura del personaggio e la sua interazione con la realtà che lo circonda. Che descrivano i fatti ma facciano anche capire come si sente a riguardo la persona che li sta vivendo. Il sogno di ogni scrittore. E come quasi tutti i sogni, sembra irrealizzabile. Ci sono infatti dei concetti e delle suggestioni che sembrano impossibili da racchiudere nello spazio occupato da pochi caratteri. Come si può, ad esempio, dare l’idea di folla in un romanzo, oggetto di una delle ultime esercitazioni proposte dal corso di romanzo della Scuola Carver?

Marco Vichi, ce l’ha spiegato: «Secondo me tutto quello che si racconta deve venire dai personaggi: un paesaggio, un cielo, il sole, la luna, tutte cose difficilissime da raccontare perché usurate e logorate dalla letteratura di tutti i tempi, se si fanno vedere attraverso gli occhi del personaggio, assumono un senso tutto loro. Il tramonto è lo stesso ma, a quel punto, lo si vede attraverso l’anima di una persona. A qualcuno può dare un senso di libertà, a qualcun altro un’angoscia tremenda. Lo stesso per la folla: che effetto fa la folla a una persona che si trova là? Si sente bene, non si sente bene, sente un senso di claustrofobia oppure gli piace essere in mezzo agli altri? Mi vengono in mente due romanzi sulla folla: uno è Il lupo della steppa di Hermann Hesse. È venuto dopo una sua crisi fortissima e un’analisi con Jung. È un libro che si può leggere anche in modo psicanalitico oltre che come romanzo. C’è una scena pazzesca di folla alla fine, io ho un’immagine di una sala grande quaranta volte quella in cui ci troviamo ora, piena di gente. L’idea di folla è forte perché viene vissuta a pieno dal protagonista, perché è personalizzata, strutturata sul personaggio. Il secondo che mi viene in mente è di Elias Canetti, l’unico suo romanzo, Auto da Fé, che in realtà in tedesco si intitola Die Blendung, che significa L’accecamento. A un certo punto c’è una scena di poche pagine in cui il personaggio entra in un bar sotterraneo pieno di gente, dà proprio un senso di claustrofobia. Anche questa è una bella scena di folla.
«Si tratta di scene tutte personalizzate, tutte vissute dal personaggio. È un po’ come per le città: come si racconta una città? Si racconta attraverso i sentimenti del personaggio, è un quel modo che la città vive. Per questo bisogna raccontare di città che si conoscono. Il modo in cui i personaggi sentono la città, il modo in cui si muovono nella città, è come il lettore si identificherà nella persona e nel luogo. Secondo me tutto dovrebbe essere visto in questo modo. Dopo averlo sempre pensato, ho trovato che Silone diceva la stessa cosa: c’è questo trafiletto bellissimo che io uso quasi come manifesto nei corsi che tengo, che è l’introduzione a Vino e Pane, riscrittura di Pane e Vino. Quest’ultimo romanzo, lo aveva scritto in Svizzera quando era fuoriuscito. Quando poté ritornare in Italia dopo la caduta del fascismo, per non lasciare lo stesso titolo invertì le due parole.

Consiglio di leggerlo tutto: lui parte da un’esperienza personale. Vede in treno una donna che legge il suo libro e spia il suo sguardo per capire cosa pensa. E riflette sulla sua scrittura, sulla vecchia versione di Pane e Vino, e comincia a pensare. C’è addirittura un passo dove lui riceve una lettera da alcuni lettori che gli chiedono conto di una frase, dicendo di non trovarsi d’accordo sul reale significato. E quindi riflette sulla responsabilità dello scrittore.

Devo ora specificare che cosa mi sembra di avere imparato? In primo luogo, che lo scrittore ispirato da un forte senso di responsabilità sociale è più di ogni altro esposto alla tentazione dell’enfasi, del teatrale, del romanzesco, e alla descrizione puramente esteriore delle cose e dei fatti, mentre quello che solo conta in ogni opera letteraria sono ovviamente le vicende della vita interiore dei personaggi. Anche i paesaggi e gli altri oggetti tra cui l’uomo si muove meritano di essere menzionati solo nella misura in cui partecipino alla vita del suo spirito. E dato che il patetico non può essere espulso dalla vita umana, per renderlo sopportabile mi pare che sia sempre utile accompagnarlo con un po’ di ironia.

Questa è una sintesi eccezionale dell’atteggiamento che uno scrittore deve avere. Non è una regola, non è assolutamente una regola né una tecnica di scrittura, perché fortunatamente la narrativa, la letteratura, è un territorio anarchico dove tutto può succedere e tutto si può ribaltare.»

Non sarò Carver e nemmeno Marco Vichi… ma una cosa, da lettrice più che “scrittrice”, la so anch’io: non c’è niente di meglio che tenere il pubblico col fiato sospeso. Ed è quello che farò con voi. Siete curiosi di proseguire la lezione di questo generosissimo autore?

Non vi resta che attendere la prossima puntata, in cui parleremo di Ingredienti Motivazioni.

E.

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