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Marco Vichi: lezioni di scrittura creativa pt.2

Lo so: arrivati alla fine della lettura della prima parte della “lezione” con Marco Vichi vi siete sentiti orfani di una degna conclusione. E io, responsabile per non avervela fornita. Quindi eccoci per l’ultima parte di questa conversazione con l’autore… perché mi si può dire tutto ma non che mi dimentichi i miei rendez-vous del venerdì con la Scuola Carver.

Quindi proseguiamo, e per riprendere un vecchio motto: tre… due… uno… Carver!

Ingredienti

Un pizzico di sale, un po’ di peperoncino, cuocere a fiamma bassa per 15 minuti. Quando sfrigola, il piatto è pronto. Magari fosse così semplice anche con la letteratura. Nessuna ricetta infallibile. Ci sono però alcuni ingredienti che gli scrittori nel corso del tempo hanno provato a suggerire. Carver, ad esempio, ci vuole “Un po’ di minaccia”. Marco Vichi sarà d’accordo?

«Quando ci si va a esercitare, è giusto fare distinzione tra racconto e romanzo. Per quanto riguarda la scrittura, io questa distinzione non la faccio, affronto la cosa in modo diverso. Deve succedere qualcosa dentro di me. Ho bisogno che dentro di me succeda qualcosa per poter scrivere. Organizzare una bella storia, una bella trama e cercare di mettere bene le parole non mi interesserebbe. Ho bisogno di cambiare io, trovare un buon motivo per cui scrivere quella storia. Racconti un personaggio, vai a fondo, fai chiarezza in quella che è praticamente una parte di te… Perché alla fine, quando dai vita a un personaggio conosci meglio una parte di te che magari non usi mai, anche le parti peggiori (soprattutto le parti peggiori): per raccontare un folle omicida nazista devi trovare il folle omicida nazista dentro di te. Altrimenti non ci crede nessuno. Non significa che tu lo sia, hai delle molecole che, valutate con la lente di ingrandimento, ti consentono di raccontare il folle omicida. Se riesci a renderlo credibile, dentro di te c’è anche quella parte.
«Dovessi rispondere in modo così sintetico come Carver, risponderei la scoperta. In ogni racconto o romanzo ci deve essere qualcosa da scoprire. Qui [ne “Il segreto”] scopri qualcosa, scopri una personalità, un modo, che ha un ragazzino più grande di regalare un’emozione a uno più piccolo. È una scoperta, lo scopri piano piano. Ma la scoperta è anche la mia emozione principale quando scrivo: io non progetto il racconto, neanche quelli su commissione. Questo l’ho cominciato dicendo: “Sì lui andrà in biblioteca,” ma sapevo solo questo. Poi tutto il resto l’ho scoperto strada facendo. La scoperta che faccio io è la mia grande passione di scrittore. Immaginate un romanzo di cinquecento pagine: come si fa a progettarlo? Puoi sapere la storia, ma io a volte non voglio sapere neanche quella. Comincio e piano piano arrivano i personaggi, si muovono nella vicenda, poi ne arrivano altri, la storia prende una piega… Parlo di una scena che ho visto e allora la metto dentro, mi vivo una cosa mercoledì e finisce dentro il romanzo. È una scoperta continua. Questo è quello che mi interessa: avere delle storie da raccontare. Questo è quello che mi guida. Alla fine del racconto io ho dato informazioni in più su qualcosa, su di me, su chi ho incontrato. Questo percorso è quello che mi interessa della scrittura. Fuori da questo, non mi interessa l’esercizio di stile fine a sé stesso. Mentre dentro, con l’esperienza, si affina lo spirito critico sui propri scritti. Cercare di riuscire a capire cosa avviene nella scrittura degli altri è facile, su sé stessi è più difficile. Ecco, piano piano i binari tra lettore e scrittore si separano, e più si allontanano più in fretta si riesce a trovare una pagina brutta, ad esempio. Quando si arriva a questo siamo salvi: non è inutile, ogni pagina brutta è un salto in avanti più di una pagina bella che ci fa gongolare. C’è un famoso romanzo di Stefan Zweig, Il mondo di ieri, in cui lui racconta che entra in cucina, uscendo dallo studio col sorriso sulle labbra e la moglie gli chiede: “Hai scritto una bella pagina?” Lui risponde: “No, ne ho cancellate due.”

Questo è un po’ l’atteggiamento che bisogna avere: riconoscete le pagine brutte e farete dei grandi passi avanti.»

motivazioni

L’eterno dilemma che mi affligge quando finisco di leggere un libro. Intendo uno di quei libri belli, che hanno bisogno di sedimentare per depositarsi nella nostra coscienza. Mi chiedo sempre: ma l’autore avrà voluto dire proprio questo? Era questa la sua intenzione? Ho forse interpretato male il senso di questo scritto? Con gli anni mi sono risposta che in realtà ha poca importanza quale sia l’intento iniziale dell’autore. Ognuno può trarre da un’opera (ma, appunto, deve essere un’opera con la o maiuscola) un messaggio diverso e questo non va a inficiarne il valore. Anzi, lo aumenta. Perché significa che il potere evocativo di quel testo è grande e che i piani di lettura sono molteplici. Sapete una cosa? Ho scoperto che Marco Vichi è d’accordo con me. La questione è nata da un’analisi di “Messaggi”, micro-racconto contenuto all’interno di Se mai un giorno. Un giovane torna a casa e ascolta i messaggi in segreteria: ce ne sono cinque, di cui uno, ambiguo, genera una lite con la compagna (con la quale ha una relazione da un mese). Il lettore non sa chi sia il mittente, può solo farsi un’idea dai piccoli indizi disseminati nel testo, fino alla rivelazione finale.

«Allora, il fatto è che il motivo per cui si scrive un racconto può essere totalmente diverso dal suo effetto. Era da poco morto mio padre e mi domandavo cosa mi sarebbe successo se avessi trovato un suo messaggio in segreteria. Questo è uno dei tanti modi che si hanno per tenersi vicino una persona che se n’è andata. Immagini di parlarci, che ti appaia di notte, la sogni. Immagini di vederla. Poi sono entrato in questa storia, e quello che mi interessava era parlare di una persona che conosce da poco questo ragazzo comincia a fare mille illazioni. Ci sono quelle persone che interpretano le cose prima di aver avuto la spiegazione. Invece di aspettare che vengano chiarite, continuano a dare per scontato qualcosa, cercando di interpretare e trarre le loro conclusione.

Lui le dice: “Guarda che è stato mio padre a lasciare quel messaggio.” E lei inizia: “E cosa c’è, hai paura di tuo padre ancora a trent’anni?” E continua a bombardarlo… lui non riesce ad andare avanti fino alla fine, quando riesce a dire: “Mio padre è morto dieci anni fa.”

Questa era l’idea: prima era per la suggestione di dire “Chissà cosa mi succederebbe se mio padre mi lasciasse un messaggio in segreteria,” poi mi sono trovato a raccontare un modo di agire di alcune persone che appunto credono di potere interpretare tutto.

Questo è molto interessante e mi piace raccontarlo, è un argomento letterario divertente che spesso fa parte dell’incapacità di comunicare delle persone. Qua c’è questo. Quando lui riesce a dirle che era suo padre, lei comincia con la sua interpretazione fino a che lui la gela.

A volte si scrivono delle cose per motivazioni assolutamente personali, che nessuno saprà mai se non si racconta la biografia di uno scrittore. Ci sono due romanzi bellissimi di Dostoevskij che sono nati da due fatti assolutamente personali e che altrimenti non sarebbero stati scritti in quel modo. Anzi, probabilmente non sarebbero neanche stati scritti se Dostoevskij non avesse vissuto quel tipo di situazione. Uno è Il giocatore. È nato in questo modo: lui aveva un contratto terribile, se non consegnava nei tempi giusti perdeva i diritti su tutte le opere scritte. Lo faceva perché in questo modo lo pagavano di più e poteva andarsi a giocare tutto al casinò. Era un giocatore vero, che ha finito un capitale. A un certo punto era disperato e qualcuno gli disse: “Guarda io ho un’amica stenografa, lo detti a lei e magari ce la fai a scrivere un romanzo in venti giorni.”
«Lui vede la stenografa e se ne innamora all’istante. Allora, i venti giorni di tempo e commuovere la stenografa erano le sue motivazioni: lui scrive questo romanzo per farla innamorare, lo scrive per lei. E poi la sposa. Lei è stata la sua seconda moglie, quella più importante. L’altro romanzo è Memorie dal sottosuolo, un libro fondamentale per la letteratura del 1800 e di tutti i tempi. Un libro piccolo, piccolo che vi trascinerà in un gorgo pericoloso. L’ha scritto perché era in giro a giocare, e a un certo punto lo richiamarono a casa perché la sua prima moglie stava morendo di tisi. Lui torna pieno di sensi di colpa verso la moglie, che non lo riconosce neanche più. Si sente sotto pressione… e cosa fa uno scrittore quando si sente sotto pressione dal punto di vista sentimentale? Scrive. E lui prende una penna davanti al capezzale della moglie e comincia così: Sono un uomo cattivo, sono un uomo malato. E lì parte questo romanzo di un pessimismo pazzesco. Dostoevskij parla dell’animo umano ma sta parlando della sua condizione in quel momento. L’ha scritto per quello, se non avesse vissuto quella situazione probabilmente non lo avrebbe mai scritto. Per cui, le motivazioni di quello che scriviamo spesso sono molto quotidiane… Senza andare a scomodare Dostoevskij e parlando di qualche raccontino mio, ci sono dei racconti che leggiamo spesso in pubblico, agli incontri nelle scuole, poi mi diverto a raccontare come sono nati. Uno era un racconto su commissione di una rivista femminile, che mi aveva chiesto di scrivere qualcosa in occasione del centenario del tostapane. Sono orgoglioso di questo racconto. Mi diverte tantissimo l’idea di avere una persona che mi chiede di scrivere in 5000 battute un racconto sul centenario del tostapane. Mi diverto tantissimo a essere ingabbiato in questa cosa obbligatoria e riuscire a evadere senza rinunciare a me stesso.»

La conclusione di questo articolo mi risulta difficoltosa. Un po’ perché queste osservazioni sono state così interessanti che mi verrebbe voglia di andare avanti all’infinito, seduta nel mio angolino, ad ascoltare. Un po’ perché manca la lezione sul finale e ciò, a questo punto del testo, costituisce un gran problema.

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