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Di cosa parliamo quando parliamo di (Scuola) Carver I

Capitolo 1

Qualche tempo fa ho incontrato Francesco Mencacci, direttore didattico della Scuola Carver, l’unica “palestra” che sono stata in grado di frequentare nella mia vita: quella di buone letture e di buona (nel mio caso più sullo stile “è intelligente ma non si applica” o “è una brava ragazza”) scrittura.

Abbiamo deciso di dare inizio a un ciclo di “chiacchierate” di tematica varia, sempre contraddistinte da un comune denominatore: l’amore per la lettura e per le grandi opere, e il tentativo, più o meno maldestro, di esprimere la propria “voce” scrivendo.

Propongo questo articolo come un’introduzione, una sorta di presentazione. E abituata alla volatilità della mia memoria, incapace di ricordare il nome di qualcuno che non conosco a soli trenta secondi dalla presentazione, mi sembra più altruista nei confronti del lettori alla Dori come me illustrare il caso con parole non mie. Magari in questo modo qualche contenuto di livello un po’ più elevato dell’amore per la focaccia con la porchetta, potrà aderire alla vostra mente (un po’ come quando mi appiccico i post-it in fronte per ricordarmi le cose guardandomi allo specchio) e darvi qualche interessante spunto di riflessione.

Non una descrizione indiretta delle attività della Scuola quindi, ma un’intervista, scandita dalle parole di Carver stesso, su cosa significhi scrivere e leggere per chi ne fa parte.

Pronti?… VIA!

Prima di iniziare, una domanda fondamentale: perché il nome Carver?

Diciamo che la scelta di dedicare la scuola a Raymond Carver deriva innanzi tutto da una fascinazione personale mia e degli altri docenti, grandi estimatori della sua prosa. Nasce in primo luogo dal fatto che Carver sia stato uno dei primi scrittori del ‘900 ad aver aperto la propria bottega artigiana per la scrittura a tutti coloro che avevano aspirazione di scrivere. Non a caso è uscito per Einaudi quel bellissimo libro che è Il Mestiere di Scrivere. È abbastanza raro che uno scrittore riveli i trucchi del mestiere, sebbene poi abbia scritto anche un altro libriccino, Niente trucchi da 4 soldi (pubblicato in Italia da Minimum Fax), dove mette in guardia dalle regole preconfezionate.

Infatti anche Carver stesso ha insegnato scrittura creativa.

Esatto, è stato docente di scrittura creativa e a sua volta ha avuto un grande insegnante, Jhon Gardner. Si tratta di una persona di una grande umanità che ha saputo comunicare molto anche ai suoi allievi questa passione.

I motivi, quindi, sono questi: umanità e disponibilità a rivelare i segreti del mestiere. Sono aspetti che riflettono molto l’approccio della Scuola, che si pone in modo umile nei confronti della scrittura, anzi, prima di tutto della lettura.

Lezione Scuola Carver

Villa del presidente – Corso Carver

A proposito di lettura, partiamo con le citazioni di Carver: per ognuna, un pensiero a ruota libera legato alla scrittura e alla cifra della Scuola.

Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo avanti rispetto a dove erano prima.

Da dove sto chiamando – Raymond Carver

Allora, ti dico innanzi tutto che questa frase per noi andrebbe istoriata nella pietra. Avevo intenzione di leggerla a inizio anno, perché la Scuola ha come obiettivo quello di provare insieme agli allievi a riconoscere i tratti distintivi comuni della buona letteratura. Prima ancora di scrivere dobbiamo leggere tanto e bene, è un’attività propedeutica essenziale. Nel momento in cui leggiamo, poi, nasce un’altra difficoltà: riconoscere la buona scrittura. La domanda è: cosa succede dentro di me quando leggo un testo, per esempio un classico come Madame Bovary, Anna Karenina, testi di Cechov o di Dostoevskij? Se come lettori impariamo a riconoscere i motivi per cui un testo funziona, prima di tutto faremo un passo in avanti in termini di consapevolezza; in secondo luogo sapremo anche quali sono le corde che dobbiamo toccare per piacere a un lettore generico. Carver con questa frase ci dà una chiave per riconoscere la buona letteratura: ci dice che un buon testo, un testo che può essere annoverato come lettura con la L maiuscola, è quello che una volta finito ti lascia un minuto o due in silenzio. E se poi ti prendi la temperatura, noti che è aumentata o diminuita di due gradi. Sta dicendo che esistono due tipi di letteratura: una, pessima, è confortevole e ci dice ciò che vogliamo sentirci dire. È quella alla 50 sfumature, per intendersi. In effetti, si tratta né più né meno della favola di Cenerentola, quindi niente che aumenti o abbassi la nostra temperatura.  Sono pezzi che parlano d’amore, ma non ci dicono nulla. Se invece leggiamo Proust nella Recherche, lui dice che per scatenare l’amore, ci vuole “il rischio di una impossibilità”. E a questo punto ci mettiamo qui, ci riflettiamo qualche minuto. Facciamo un po’ di fatica, perché la buona letteratura richiede fatica da parte del lettore. Ma una fatica che fai per avere accesso a una bellezza e a una nitidezza di visione superiore. “il rischio di un’impossibilità” è qualcosa di bellissimo, che non va nemmeno spiegato.

In una poesia o in un racconto si possono descrivere delle cose, degli oggetti comuni usando un linguaggio comune ma preciso e dotare questi oggetti – una sedia, le tendine di una finestra, una forchetta, un sasso, un orecchino – di un potere immenso, addirittura sbalorditivo. Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi un brivido lungo la schiena del lettore – l’origine del piacere artistico secondo Nabokov. Questo è il tipo di scrittura che mi interessa di più. […]

Il mestiere di scrivere – Raymond Carver

Quali sono le doti, per la scuola e per te, che uno scrittore dovrebbe avere? Su quali aspetti si dovrebbe focalizzare?

Noi pensiamo che prima della scrittura avvengano tutta una serie di attività propedeutiche. La prima l’abbiamo già detta è di praticare buone letture e imparare a riconoscere la buona letteratura. Poi sicuramente si devono allenare alcune propensioni dello scrittore e di chi vuole essere scrittore, che vengono prima della stesura del testo. Mi riferisco allo sguardo, lo stupore, lo straniamento verso ciò che ci sta intorno. Sono attività che ci siamo dimenticati: abbiamo delle cose sotto mano, ma non le guardiamo più veramente. Se vogliamo diventare scrittori o almeno avvicinarci a quello che è il mestiere dello scrittore, dobbiamo imparare a prestare attenzione a tutto ciò che ci circonda. Perché ogni cosa contiene, come dice Carver, un significato. Carver dà grande importanza nei suoi racconti agli oggetti, infatti all’interno dei suoi testi si trovano un sacco di cose: televisori rotti, aspirapolvere, macchine fotografiche, uncini. Perché lui sa che gli oggetti hanno un grande potere: quello di evocare. Negli oggetti c’è l’impronta del nostro cuore. Ed è per questo che alcuni grandi scrittori hanno dedicato poesie a oggetti. Pensiamo a Neruda che ha scritto una poesia su una cipolla. Quindi, tornando alla domanda, che doti deve avere uno scrittore? Deve essere curioso di tutto, deve saper guardare, deve saper osservare. Forse gli scrittori sono quelli che camminando su una spiaggia vedono i sassolini a forma di cuore. Quand’è che noi vediamo i sassolini a forma di cuore? Quando siamo innamorati. Lo scrittore è innamorato del suo mestiere, del suo lavoro… per questo vede i sassolini a forma di cuore.

Con questa battuta conclusiva alla Ted Mosby, termina anche la prima parte di questa intervista carveriana. Vi è piaciuta? Non perdete il Capitolo 2 la prossima settimana!

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