"La Ladra" – Mario Tobino

La ladra - Mario Tobino copertina

“La ladra” – Mario Tobino, Mondadori-De Agostini, 1989
Introduzione di Margherita Di Carlo

“Percepì che ora in quella stanza c’era anche lei; mai, prima, avrebbe potuto immaginarlo. Ed ebbe un’altra sorpresa che le causò perfino uno speciale smarrimento: nel mondo c’era anche lei, esisteva, e, non ebbe la forza di dichiararsi la parola ma l’avvertì, lei pensava, aveva la testa […]”

Dopo una capatina in terra austriaca con l’ultima recensione, sono tornata in patria. Mi sono dedicata a Mario Tobino, psichiatra e autore viareggino che con i suoi romanzi propone sempre uno spaccato interessante della realtà toscana del suo tempo.

Se dovessi riassumere in una frase questo romanzo, ne prenderei in prestito una di B. Pascal: “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: dal non sapersene stare tranquilli in una stanza.”

Ci troviamo nelle campagne lucchesi di metà del novecento. L’Assunta, protagonista indiscussa della vicenda, incarna perfettamente lo stereotipo degli abitanti di queste terre: contadina, lavoratrice, ignorante nel senso etimologico del termine (in barba al politically correct).

“Non era bella, anzi brutta, il volto angoloso, quell’occhio storto in certi giorni più strabiciava. […] Era figlia di contadini, cresciuta sulla terra; lavoro dall’alba al tramonto.”

Tobino non tradisce la propria natura di psichiatra, incentrando il racconto sulla crescita interiore della donna. Il linguaggio asciutto e puntuale (che risente forse della datazione del romanzo) tipico dell’uomo di scienza, accompagna l’evoluzione dei personaggi e diventa esso stesso parte della narrazione. Inizialmente sembra riflettere i processi mentali elementari di persone semplici che vivono la vita senza consapevolezza, senza coscienza del tempo che passa. Col progredire degli eventi ci rendiamo conto che i concetti espressi cambiano e crescono come la capacità di giudizio dell’Assunta.

“A tempo giusto l’Assunta si sposò, non per sua scelta. Dell’amore non sapeva nulla; conosceva solo gli accoppiamenti fra le bestie della stalla e del cortile. […] La vita continuò identica anche se l’Assunta rimase incinta, medesimi orari, gli stessi lavori.”
“Da due anni, da quando era entrata in quella casa, lentamente aveva preso contezza che lì si poteva, quasi si doveva partecipare con la propria persona, libera persona, ognuno era qualcosa di vivo, se l’Assunta fosse stata padrona del vocabolario avrebbe detto: qui ognuno è una creatura umana, anch’io lo sono, lo sono diventata.”

C’è un concetto che mi ha sempre affascinata (e in certi casi, in altre letture, mi ha provocato il sangue amaro): quello di “profezia auto-avverante”. Tra le righe di questo racconto l’ho ritrovato.
La vicenda ci mostra come la capacità di discernimento porti in seno preoccupazioni e timori, e come spesso nella vita, soggiogati da questi pensieri, siamo noi la causa principale della loro manifestazione.

Ci racconta di fatto di come nella semplicità dell’ignoranza tutto scorra in serenità e come invece la presa di coscienza accostata a superstizione e inesperienza, possa spingere persino ad attuare un furto quasi involontario.

Per quanto mi riguarda, a seguito di questa lettura non pretendo certo di dare risposta all’interrogativo esistenziale sul dualismo cultura-felicità.

Quello che posso fare però (sono pur sempre un’ingegnere… perdonatemi se non aderisco allo scempio della lingua italiana scrivendo “ingegnera”), è affidarmi a fonti autorevoli per ottenere le risposte che cerco.

Di seguito è quindi riportato il grafico intelligenza/felicità di Lisa Simpson.

Grafico intelligenza - felicità di Lisa Simpson

“Quando l’intelligenza aumenta, la felicità diminuisce. Vedi, ho fatto un grafico. Faccio un sacco di grafici.”

Non si sa mai che ci dia qualche spunto per intavolare una discussione seria.

E.

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