"Misery" – Stephen King

Copertina Misery - Stephen King

Misery – Stephen King, Sperling Paperback, I edizione gennaio 1991

“Se posso? Sissignori. Potete starne certi. Sono un milione le cose di questo mondo che non so fare. Non ho mai saputo colpire d’effetto una palla, nemmeno quando giocavo al liceo. Non so riparare un rubinetto che perde. Non so andare sugli schettini o cavare da una chitarra un accordo in fa che non dia il mal di pancia. Due volte ho cercato di avviare una relazione coniugale e non ce l’ho fatta né la prima né la seconda. Ma se volete che io vi porti via, che vi spaventi o vi avvinca o che vi faccia piangere o ridere, allora sì, posso. Posso farlo adesso e posso continuare a farlo fino a esaurirvi. Ne sono capace. POSSO.”

“Vuoi recensire Stephen King?” mi hanno chiesto tutti con aria stupita.

No, certo che non voglio recensire il Re. Non oserei, il mio è più un tributo.

In fondo mi posso reputare una fan.

Preferisco i romanzi di media lunghezza come Pet Sematary e La lunga marcia o le raccolte di racconti (cito Incubi e Deliri e Tutto è Fatidico) a quelli più lunghi come Insomnia o Cose Preziose (fatta eccezione per IT ovviamente), ma ne ho letti veramente tanti. Ormai lo riconoscerei tra mille, un po’ come riesco a individuare univocamente il profumo di salsiccia alla griglia a chilometri di distanza. Insomma, mi sento abbastanza ferrata sull’argomento.

A questo punto del ragionamento, se fossi la protagonista di uno dei suoi romanzi la mia vocina interiore dovrebbe interrompermi chiedendo: Ne sei proprio convinta Eli?

E sì, avrebbe ragione a instillare in me questo dubbio. Perché la verità è che fino a questo momento non mi potevo definire fan a tutti gli effetti. Non ne avevo il diritto.

“Perché?” Chiederete voi. Ma perché non avevo letto IL libro. Non avevo conosciuto lei, Misery.

Non mi ero ancora fatta terrorizzare da Annie Wilkes.

Non ero ancora stata solidale con Paul Sheldon. Non avevo ancora sofferto con Paul Sheldon.

Per quanto mi riguarda, Misery è il miglior libro che abbia letto di questo autore. È il miglior romanzo di genere horror (anche se penso che sia riduttivo definire i libri di Stephen King semplicemente “horror”) che abbia letto da molto, molto tempo.

Tentare di spiegare il perché mi è difficile quasi quanto è stato difficile finire il libro tutto di un fiato.

In genere quando si parla di lettura, sono una vera e propria divoratrice. Quando trovo un romanzo che mi appassiona tendo a leggerlo in pochissimo tempo. In questo caso mi sono dovuta fermare più volte, troppo era il senso di inquietudine che la storia mi comunicava.

Penso che il motivo principale sia che in fondo, per quanto assurda possa sembrare, la vicenda è verosimile. Annie Wilkes è una psicotica ossessivo-compulsiva. È una persona affetta da una patologia psichiatrica, maniaca del controllo e bipolare.

E oggi come oggi tra fanboys, fangirls, fandom, fanfictions, haters e altri concetti analoghi per i quali non è ancora stato inventato un termine anglofono, non è inverosimile che una persona disturbata mentalmente sviluppi un’ossessione per un personaggio o per un romanzo tanto da arrivare a sequestrarne lo scrittore.

“Si rese conto che la stava vedendo denudata delle sue innumerevoli maschere: quella era la Annie autentica, la Annie di dentro. La sua faccia che in precedenza gli era sembrata così spaventosamente solida sembrava ora ceduta, come una forma di pasta lievitata e sgonfiata. Aveva gli occhi vacui. Si era vestita, ma aveva indossato la sottana alla rovescia. Aveva ematomi nuovi e altre macchie di sangue sugli indumenti. Quando si muoveva i suoi abiti emanavano troppi odori diversi perché Paul potesse contarli. Quasi un’intera manica del cardigan era zuppa di una sostanza semirappresa, con un odore di sugo di carne.”

In questo romanzo c’è tutto.

La tensione investe fin dalla prima pagina. Veniamo subito catapultati nell’incubo di Paul Sheldon. Il suo dolore è fisicamente percepibile attraverso le pagine, grazie alle immagini e le metafore che vengono utilizzate. Diventa il nostro dolore. Ci sentiamo svuotati, avvinti in una spirale di disperazione.

“[…] e allora aveva cominciato a sentirsi nient’altro che un lembo di tessuto vivente sul vetrino di un microscopio o un verme all’amo, insomma qualcosa che si contorceva senza posa e aspettava solo di morire.”

Paul è chiaramente l’alter ego di Stephen King, che è quindi stato in grado di inserire all’interno della vicenda la propria concezione di scrittura. Ci rivela attraverso il suo protagonista il modo in cui lui stesso percepisce il proprio lavoro e il modo in cui è solito approcciarsi alla stesura di un testo. Ci rende partecipi dei meccanismi mentali degli addetti ai lavori, di alcune tecniche di scrittura.

Il tutto plasmando due personaggi che come sempre non deludono le aspettative. Due caratteri sfaccettati e assolutamente lontani dalla banalità.

Il personaggio di Annie è la rappresentazione della pazzia in modo per nulla stereotipato. Una pazzia sgusciante e astuta. Una pazzia incontrollabile, imprevedibile. Paul stesso in diverse occasioni sottovaluta la donna, facendo l’errore comune di associare lo squilibrio mentale a stupidità. Niente di più sbagliato.

Annie e Paul sono entità tridimensionali. Sono terribilmente umani. Persone in carne e ossa che ci prendono a braccetto e ci accompagnano nel baratro di inquietudine e desolazione costruito dall’autore.

La sensibilità di Stephen King sta proprio in questo: nel riuscire a insidiarsi, senza bisogno di effetti speciali, nell’intimo del lettore. Nel riuscire a percuotere le corde che danno voce alle nostre paure più profonde, e che vibrando originano i brividi che sentiamo lungo la spina dorsale quando ci immergiamo in un suo libro.

Se è vero che il genio scaturisce dal turbamento e che scrivendo si tende a prendere spunto dalle proprie esperienze, non riesco a immaginare quali traumi infantili abbia potuto vivere questo scrittore per arrivare anche solo a concepire certi scenari.

Quello che è certo è che lui è stato responsabile di buona parte dei miei.

 

Unica pecca che ha disturbato la mia lettura è stata la traduzione: a parte i refusi e gli errori di stampa in numero decisamente elevato, qualche congiuntivo mancato e gli errori di consecutio temporum mi hanno fatta sudare freddo. Chi fosse interessato ad acquistare un’edizione più recente di Misery (versione italiana) può cliccare su questo link ipertestuale che riporta direttamente ad Amazon.

E.

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5 pensieri su “"Misery" – Stephen King

  1. destiniincrociatiblog scrive:

    Una bellissima recensione. Mi hai fatto pentire di aver lasciato Misery a metà. Non mi dilungherò su King perché ne abbiamo già
    parlato ieri. Ottima recensione, forse potrei farci di nuovo un pensierino. Amo rileggere i libri una seconda volta…

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