“Sillabario delle cose fuori posto” – Caterina Corucci

Cover Sillabario delle cose fuori posto - Caterina Corucci

Sillabario delle cose fuori posto – Caterina Corucci, Valigie Rosse, I edizione 2018

Io? Sono un tipo disordinato. Mi sento a mio agio nel caos di una stanza di cui non si scorge più il pavimento. Mi sono quindi approcciata alla lettura di questo libriccino (di sole 88 pagine) con una strana sensazione di confidenza, certa di entrare in contatto con qualcosa di conosciuto.

In un certo senso è stato così. Ma non per il motivo che credevo. Le cose fuori posto di cui parla Caterina Corucci nel suo Sillabario, tra i 5 finalisti al Premio Letterario Città di Siena, non sono paragonabili a un paio di scarpe abbandonate in mezzo al soggiorno. Caterina ci racconta dell’entropia che governa l’universo. Delle storture, delle distorsioni, della macchia scura che non ti aspetti in una lastra al torace. Lo fa in un modo delicato e con un’eleganza leggera, ma non risparmia al lettore quello schiaffo in piena faccia la cui memoria tattile è rimasta ormai impressa sulla nostra pelle. Chi ce l’ha lasciata, mi chiedete? La vita. Insieme a quella sensazione di ironica rassegnazione che ci coglie quando rimane uno spazietto vuoto in un puzzle da millecinquecento pezzi o quando avanza una vite dopo il montaggio della libreria dell’Ikea.

L’intento della raccolta, di per sé ossimorico, è quello di ordinare questo disordine esistenziale: il mosaico delle emozioni a cui non riusciamo a dare un nome, organizzato in ordine alfabetico. La carrellata di mini racconti si apre con la storia di una vita (Prologo) che avanza senza soluzione di contintuità, in un unico flusso le cui pietre miliari sono separate da virgole. Una vita vissuta seconda le regole, che all’improvviso le rompe:

[…] E con sciocchi divieti cresceva i figli, che un giorno se ne andarono da quella casa, piena di regole e di cose in ordine, fino a quando la vita la sfidò e lei perse il controllo, e impazzì di una pazzia triste e visionaria, allora smise di sistemare le cose di casa e prese a sistemare solo la sua pazzia, e a farsela amica per la vecchiaia, che fu ricca di soprammobili e povera di certezze, finché si guardò intorno, e si accorse che niente era in ordine.

E si chiude, in perfetta simmetria, con una vita à rebour (Epilogo):

[…] poi sei uscita nel sole e hai passeggiato fino a casa, dove tua figlia e i tuoi nipoti ti spettavano per il pranzo, avete mangiato senza attardarvi a tavola perché dovevi andare al mercato ad annusare i pomodori per il sugo, a tuo marito piace quando sa di estate, e fare l’amore con lui è ancora bello come da fidanzati, presto deciderete di fare un figlio, ma non stanotte che sei tornata quasi all’alba dalla festa e tua madre era arrabbiata […]

Nel mezzo, altri 21 racconti  brevi che ripercorrono con estrema nitidezza l’universalità dei sentimenti umani, che ci illudiamo ogni volta possano essere unici e nostri soltanto: l’atteggiamento di fredda consapevolezza di chi non vuol vedere, che sia un marito carnefice assoltosi  con la costruzione di una finta ingenuità, una figlia problematica della quale non si riconosce il riflesso nello specchio della società, una carenza di autostima che imprigiona nella maledizione di un numero ricorrente e che fa sentire immeritevoli di essere amati.

Tutto era otto nella sua vita. Aveva otto anni quando suo padre scappò all’estero dopo il fallimento dell’impresa edile, lasciando in Italia lei, sua madre e svariati debiti. Otto mesi durò il suo matrimonio, sembrava amore e invece era solo il tentativo di salvarsi la vita. Otto era il numero del letto di ospedale in cui si svegliò coi polsi fasciati.

O ancora la nostalgia che sorda ci accompagna, che cresce, si nutre di ricordi e insoddisfazione… fino a portare alla rottura della quotidianità. A una nota stonata nella routine che ci guida come automi su binari ormai consunti: chi  incontra una  vecchia fiamma mai dimenticata, chi dopo una settimana di invisibilità a servizio degli altri, si ritaglia una fuga domenicale che è più un tuffo in ciò che sarebbe potuto essere.

Sapeva bene che la nostalgia era una specie di vecchiaia, e dunque la accoglieva senza crucciarsene troppo, di fronte al vetro appannato di camera sua, guardando la notte inghiottire un cappottino svolazzante.

La domenica mattina bacia i marito che ancora indugia nel letto e gli assicura che come al solito farà il prima possibile: deve annaffiare le piante della casa al mare. […] Poi guida per mezz’ora e parcheggia nel viale alberato; dalla strada guarda le ampie finestre all’inglese e sente nel petto un tormento amico.

Ma nel Sillabario delle cose fuori posto troviamo anche il sentimento di rivalsa, la rivincita che costituisce l’altra faccia della medaglia di cui si orna l’esistenza. E allora vediamo persone che lottano contro se stesse, contro la voglia di aprire quelle gabbie allo zoo, contro la voglia di liberare un pover’uomo dalla prigione della malattia e… alla fine lo fanno. Perché una cosa che si impara vivendo, una cosa che sicuramente lo sguardo attento dell’autrice ha colto, è che prima o poi la diga che trattiene i desideri ignorati cede e nell’investire tutto ciò che le sta intorno, si porta dietro i pezzettini di scotch che ne avevano tappato i buchi in modo posticcio.

Un romanzo d’esordio, è vero. Ma a spiccare sulla “giovinezza letteraria” dell’autrice sono un modo di guardare al mondo e una capacità di evocazione che, purtroppo o per fortuna, vanno al di là di qualsiasi esperienza.

E.

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